Grazie Giovanni, grazie Paolo

Chi era Giovanni Falcone? La sua natura era fondamentalmente quella di una persona seria, schiva, di poche parole, diffidente, che sembrava volesse «mantenere le distanze», che poteva anche diventare aggressivo, se il suo interlocutore si mostrava superficiale e disinformato

Oggi siamo ancora una volta a Palermo in questa bellissima e martoriata città, per commemorare, per ricordare insieme, nel ventennale dalla loro morte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; siamo qui per dare il giusto valore alla memoria e al patrimonio morale che ci hanno lasciato. Ricordare significa per me rivivere innanzitutto quei sentimenti di sgomento, rabbia, desolazione, impotenza, di dolore che provai a Palermo innanzi alle bare di Giovanni prima e, dopo appena 57 giorni, di Paolo.
Sono sempre  stati  per me, ma credo anche per tutti i cittadini onesti, sicuri punti di riferimento in cui credere, per il loro coraggio, per la loro incrollabile fiducia, per la speranza che sapevano infondere. Avevo conosciuto sia Giovanni che Paolo tempo prima, ma imparai a conoscerli professionalmente leggendo le carte del maxiprocesso contro la mafia, celebrato proprio in quest'aula, dalle quali emergeva la strenua ricerca dei riscontri ed un grande equilibrio nella valutazione degli indizi. Dopo la fine del maxi processo, giorno dopo giorno nacque tra di noi un rapporto molto più autentico, arricchito anche da amichevoli incontri anche a livello familiare.
Chi era Giovanni Falcone? La sua natura era fondamentalmente quella di una persona seria, schiva, di poche parole, diffidente, che sembrava volesse «mantenere le distanze», che poteva anche diventare aggressivo, se il suo interlocutore si mostrava superficiale e disinformato. Ma Falcone era anche dotato di una vivace intelligenza, di enorme capacità lavorativa e della non comune capacità di vedere prima di ogni altro l'evoluzione dei fenomeni criminali, ma anche sociali economici e politici, e di progettare in grande le necessarie strategie, non sempre comprese dai suoi contemporanei. Diventava una persona assolutamente diversa, quando si sentiva perfettamente a suo agio, in famiglia, tra amici, scorte, assistenti. In quei momenti sapeva essere molto affettuoso, simpatico, addirittura spiritoso. La sua qualità più evidente? Forse la sua capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri, di non arrendersi mai. La sua tenacia era proverbiale.
Giovanni si rialzava sempre. Era allenato alla lotta, si riparava dietro un perenne scudo, una costante autodifesa. Il timore del «passo falso» era la sua ricorrente ossessione. «Occuparsi di indagini di mafia - diceva - significa procedere su un terreno minato, mai fare un passo prima di essere sicuri di non andare a posare il piede su una mina antiuomo». Infatti, sono  stati  necessari 500 chili di esplosivo per abbatterlo. Paolo Borsellino aveva un carattere diverso. Era una persona molto semplice ed estroversa. Semplice per mille piccoli gesti di vita quotidiana, che rivelavano il mai sopito spirito di fanciullo scherzoso e goliardico, quando inventava scherzi feroci a scapito dei colleghi più suscettibili o quando, avvolto dal fumo dell'eterna sigaretta, preferiva le polo Lacoste alla seriosa giacca e cravatta. Il suo rapporto con il lavoro era frenetico, lo viveva con passione, con entusiasmo, quasi come un gioco che non gli costava fatica. Il suo modo di parlare era pacato, ma deciso, senza retorica, accompagnato da una mimica altamente espressiva. Parlava non solo con le labbra, ma con gli occhi, muovendo i baffi e arricciando il naso, soprattutto quando stava per lanciare una delle sue battute colme di ironia, di sarcasmo. La straordinaria umanità di Paolo si rivelava nei rapporti con tutte le persone con cui veniva in contatto. Aveva l'innata capacità di stabilire un naturale affabilità con chiunque. Traspariva in lui il piacere di vivere una vita come tutte le persone normali e cercava di assaporare, con gusto, quei pochi attimi di libertà, conquistati evadendo dalla vita blindata cui il suo lavoro lo costringeva. Si ergeva spesso con una virtuosa impulsività come difensore dei più deboli e delle persone in difficoltà. Credeva nei giovani. Tra un impegno e l'altro non si sottraeva a partecipare ad incontri in scuole di tutta Italia. Dopo le condanne ai numerosi ergastoli ed alle migliaia di anni di carcere inflitte con la sentenza di primo grado del maxi-processo, cominciarono ad attaccarli e a delegittimarli professionalmente. Borsellino, da Procuratore di Marsala subì le accuse di «professionista dell'antimafia», ma quella che più gli bruciava era la calunnia falsa e gratuita di essere «prudente» coi potenti e di usare la sua funzione per fini personali. Gli si mise in bocca la frase: «chiedere voti alla mafia non è reato», attribuendogli poi di avere archiviato un'indagine nei confronti di un politico locale per ottenere in cambio una candidatura nelle file del partito socialista. Falcone fu accusato di aver dato ad un pentito licenza di uccidere, di prepararsi da solo gli attentati per guadagnarsi la nomina a procuratore aggiunto, di aver insabbiato le indagini sui delitti politici e di attentare con la sua Superprocura all'autonomia e indipendenza della magistratura. Triste e amareggiato, con apparente ottimismo continuava a ripetermi: «Alla fine, vedrai, la ragione prevarrà». Buscetta lo aveva avvertito: «Signor giudice, dopo queste dichiarazioni su Cosa nostra e sulle sue relazioni esterne cercheranno di distruggerla fisicamente, moralmente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa nostra non si chiuderà mai». E Falcone rispondeva, fiducioso: «Non si preoccupi! Ci saranno altri magistrati che continueranno».
E la mafia gli presentò il conto alle 17,58 di quel 23 maggio 1992. E Borsellino, sebbene fisicamente e moralmente distrutto per la perdita del suo compagno ed amico Falcone, si assunse questa pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto avrebbe seguito il suo destino, impegnandosi nelle indagini senza un attimo di tregua, con ritmi massacranti e con l'ansia di una vera lotta contro il tempo. Agli amici che gli consigliavano di andare via da Palermo, di mollare tutto, di far combattere ad altri la mafia, amareggiato, rispondeva: «Non è amico chi mi dà questi consigli. Gli amici sinceri sono quelli che condividono le mie scelte, i miei stessi ideali, i valori in cui credo. Come potrei fuggire, deludere le speranze dei cittadini onesti». In queste parole il senso del dovere, spinto fino all'estremo sacrificio, che ci impegna tutti insieme a tenerci per mano, ad urlare il nostro no alla mafia e facendo il nostro dovere, a coltivare la speranza, la fiducia ed il coraggio per costruire, in loro memoria, nella legalità, un futuro migliore. Il valore delle loro vite non si potrà mai disperdere e vivranno per sempre nei nostri cuori. Grazie, Giovanni! Grazie Paolo!

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