Se mafia, tanta mafia…

Nell’albero di Falcone, tra centinaia di foglietti e disegni, slogan e dediche che pendolano dai rami, due pensieri colpiscono. Francesco da Bologna che scrive: «Caro Giovanni, io e mio fratello abbiamo letto il tuo libro e abbiamo scoperto che la mafia si può sconfiggere. Anche se sappiamo che sei morto possiamo aiutarti...». Poi Daniele: «Caro Giovanni, tu ci hai insegnato che la mafia è come uno scheletro. Fa paura, ma se la tocchi si sbriciola...». Così stanno le cose. Dopo vent’anni della nostra vita, vissuti nell’Isola delle emergenze, fra stragi e sangue, Giovanni Falcone, nella memoria di tutti si imprime come l’uomo della svolta. È il «dopo» che travolge il «prima». Dal muro dell’omertà al pentitismo. Dal rispetto dei santuari intoccabili al rigore di indagini a tutto campo. Dall’impunità di fatto ai maxiprocessi. Dalle fortune nascoste tra compiacenti cecità alle indagini patrimoniali severe. Dalle latitanze dorate agli arresti eccellenti. Come ricorda a Sky Peppino Di Lello, per anni a fianco di Falcone: «Con Giovanni nessuno ebbe più alibi». Tracciò strade e percorsi. Disse che la mafia poteva essere combattuta perché «come tutte le organizzazioni umane ha un inizio e una fine».
Tutto cambiò. Dal mito della invincibilità si passò all'idea della sconfitta possibile. Ricordiamo oggi il ventesimo anniversario della strage (vittime anche la moglie e tre uomini della scorta) in una fase buia. Tra istituzioni deboli e disagio sociale, crisi economica e scontri politici. Quando pure i terribili fatti di Brindisi ci ricordano che la violenza sanguinaria (la cui matrice resta ancora incerta) può esplodere e uccidere inermi. Proprio per questo si deve riflettere sullo sullo stato delle cose. Senza indulgenze e remore, certo. Ma pure cercando di diradare le ombre che spesso ovattano la veritá. La mafia oggi opera in ogni luogo del pianeta. Tratta di tutto. Dai farmaci contraffatti alle operazioni telematiche. Dai rifiuti speciali alle opere d'arte. Si espande verso il nostro Nord a ritmi progressivi. Ma resta la Sicilia il suo spazio vitale. E proprio nell'isola ha conosciuto, con l'impulso di uomini come Giovanni Falcone, una mutazione e l'inizio del declino. Già Francesco Messineo, sei anni fa, assumendo l'incarico che ancora ricopre di procuratore di Palermo, parlava di una mafia «militarmente» sconfitta. Tutti i grandi capi, i latitanti di spicco, primule rosse per decenni sono stati arrestati. Ora l'organizzazione è viva nel territorio. Ancora forte. Ma frantumata al suo interno. Al vertice ha capi meno abili e influenti. Gli omicidi si contano sulle dita di una mano. I loro patrimoni sono stati duramente colpiti. Come ricorda Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, beni per quaranta miliardi sono stati sequestrati. Poi è in crisi crescente il suo rapporto con il territorio. Elementi di dissociazione sempre più visibili insorgono nella società. I giovani di Addio Pizzo hanno rotto il muro solido della connivenza con quel grido: «Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Oppure: «Io pago chi non paga». Sono stati seguiti dai giovani di Libero Futuro. La Confindustria adesso espelle imprenditori che cedono all'estorsione. Lo stesso fa la Confcommercio. L'azione forte di industriali come Antonello Montante e Ivan Lo Bello ha cambiato una certa immagine dell'Isola. L’Istituto Piepoli in un sondaggio di due anni fa accertava che è aumentato il numero delle persone disponibili ad avviare un’azienda nell’Isola. Una mutazione. Tante speranze nuove. Ma nel contesto, in questi vent'anni, una contraddizione si acuisce. Una mafia che perde terreno militarmente mantiene invece la sua influenza nell’amministrazione e nell'economia pubbliche. Troviamo i boss dietro troppi affari. Politici ed uomini delle istituzioni dentro cordate di boss o soci di boss. Perchè? Le ragioni sembrano due. Da un lato capitali e contatti accumulati nel passato vengono ancora gestiti in una rete di collusioni e complicità ben coltivata. Quando ancora i vecchi vizi della politica sono tutt'altro che dissolti. Come denunciavano i vescovi commentando lo scioglimento dei consigli comunali infiltrati dalla mafia: «... la criminalità e il malaffare continuano a inquinare la vita sociale e amministrativa della Regione. Politiche clientelari, sperpero di denaro pubblico....». Dall'altro perché in Sicilia, più che altrove, abbiamo partiti potenti e autarchici. Non producono idee e politica. Si alimentano di un consenso centrato sullo scambio. Appiattiscono la loro essenza nella distribuzione di favori, incarichi, contributi, prebende e consulenze. Per questo hanno bisogno di congegni di potere  obbliqui. In grado di controllare nomine, incarichi, appalti e affari. Così nel contesto inquinato e inquinante trovano accesso gruppi di interesse grandi e piccoli, affaristi di ogni risma. E mafia. Tanta mafia. Una riflessione prevale. Nell’economia incerta del pianeta, tra euro vacillante e recessione globale, la Sicilia ha più ragioni di paura e di angoscia. Ha bisogno di crescita e sviluppo non solo per produrre redditi e lavoro veri di cui si è molto a corto. Ma pure per favorire processi di liberazione dal crimine e dai disvalori che esso nella società diffonde. Quando era ancora governatore di Bankitalia, Mario Draghi raccomandava di contrastare le organizzazioni criminali. Di «colpire la presa che esse conservano al Sud e l'infiltrazione che tentano a Nord». Non solo per «rinsaldare la fibra sociale del Paese». Ma anche «per togliere la zavorra che rallenta il cammino della nostra economia». Oggi nell'isola da troppa zavorra siamo oberati. Abbiamo uno dei tassi di disoccupazione più alti, siamo ai livelli di sviluppo più bassi. Una politica inconcludente si nutre di risse tra partiti e dentro i partiti. Con una Assemblea schiacciata da inchieste che non risparmiano neppure il presidente della Regione inquisito per concorso esterno in mafia. È sempre più necessaria una svolta nella gestione del potere. Perchè si affermino la ragioni del merito nelle nomine e nelle carriere. In luogo dei vincoli di appartenenza ai gruppi che contano. E si impone un modello radicalmente nuovo dell'economia. Che abbia al centro la concorrenza tra imprese, un mercato libero dove le industrie private possano nascere, vivere e crescere. Senza essere compresse, come oggi sono, da una amministrazione onnivora e onnipotente che distrugge risorse per controllare, attraverso lacci e lacciuoli, gruppi, cordate, lobby e cosche. Aspettiamo ancora queste riforme. L'attesa è vana. Nell'ombra la mafia, tante mafie ingrassano. Favorite certo dalla poverta, dalla dipendenze e da una economia bloccata. Ma senza riforme, mafia e mafie resteranno vitali anche quando l'economia crescerà. Perché esse si alimentano non solo di sottosviluppo ma anche delle distorsioni dello sviluppo. Ce lo diceva Giovanni Falcone nell'intervista a Marcelle Padovani. E noi oggi dobbiamo ricordarlo anche per questo.

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