Grasso: "Falcone fu ucciso anche per fermare tangentopoli"

Il procuratore nazionale: "L'attentato di Capaci, per le modalità non usuali per Cosa Nostra, fu anche un messaggio di tipo terroristico non tanto eversivo quanto conservativo per frenare le spinte che venivano fuori contro una politica che era in crisi"

PALERMO. «Certamente Falcone, come Borsellino, erano dei nemici da bloccare per quello che potevano continuare a fare. Ma l'attentato di Capaci, per le modalità non usuali per Cosa Nostra, fu anche un messaggio di tipo terroristico non tanto eversivo quanto conservativo per frenare
le spinte che venivano fuori da tangentopoli contro una politica che era in crisi». Queste le valutazioni del Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso in un'intervista rilasciata al Corriere.it. 


«Per noi è lacerante intuire ma non potere ancora dimostrare», afferma Grasso secondo il quale «la strategia stragista sia iniziata prima di Capaci e cioè con l'omicidio Lima. È lì che scatta un segnale per cui lo stesso Falcone mi disse 'Adesso può succedere di tuttò ». Grasso racconta anche dei suoi rapporti personali: «Falcone suscitava tanta invidia perchè essendo un fuoriclasse metteva in luce la mediocrità degli altri». Nel corso dell'intervista Grasso mostrato anche l'accendino di Falcone. «Per è una reliquia. Me lo lasciò Giovanni alcuni giorni prima
dell'attentato. Aveva smesso di fumare e mi disse: 'Tienilo tu, me lo restituirai se dovessi riprendere a fumarè. Ogni tanto penso di doverglielo ridare. Lo tengo sempre in tasca e mi aiuta
a superare i momenti difficili pensando anche a tutti gli attacchi che subì Falcone».

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