Regione, spese folli per i dipendenti

Il travaglio che ha accompagnato l'approvazione del bilancio della Regione Siciliana e, per altro verso, l'aumento massiccio del prelievo fiscale nel Comune di Palermo, hanno una matrice comune: i costi molto elevati del personale impiegato. Del resto, se più di un quarto dell'intera spesa italiana della specie si concentra in Sicilia, probabilmente la misura è colma. La scelta improvvida di dilatare oltre ogni misura il numero delle persone a vario titolo stipendiate, ha provocato nei conti pubblici una grossa falla, resa poi insostenibile dall'aggravarsi della crisi internazionale e dal contestuale taglio delle entrate statali. Se ne può trarre una dura conferma da alcuni dati recentemente diffusi dalla Conferenza delle Regioni; si tratta di una puntuale raccolta di informazioni sui conti delle regioni, resa obbligatoria dalle norme di attuazione del federalismo fiscale. Dai dati così disponibili, si ricava la dimostrazione di quanto le spese per il personale siano in Sicilia ormai da considerarsi fuori controllo. La Regione Sicilia ha speso nel 2010 per i propri dipendenti 1,7 miliardi di euro; per le stesse necessità le regioni italiane, tutte insieme, (ivi incluse le Provincie autonome) hanno speso 6,6 miliardi di euro. Come dire che la Sicilia - che pure conta l'8% dei residenti in Italia - si intesta il quasi il 26% di tutta la spesa relativa al personale delle regioni italiane.
Per ogni siciliano si spendono infatti 346 euro; per ogni italiano la spesa per il personale pubblico è pari a 108 euro. Un dato spropositato che, a giudizio della Corte dei Conti in Sicilia, non può essere giustificato neanche con le competenze aggiuntive di una regione a statuto speciale. Sardegna e Friuli, infatti, anch'esse regioni «speciali», marciano a livelli di spesa di gran lunga più contenuti, mentre la spesa nel Trentino ed in Val d'Aosta risulta condizionata dalla dimensione molto ridotta, in termini di abitanti, di quelle due regioni. Se poi non bastasse, la Sicilia stacca prepotentemente le altre regioni anche nella spesa per l'acquisto di beni e servizi: 171 euro a testa rispetto ai 96 della media italiana; il divario, anche in questo caso è molto forte. A volere fare una «esercitazione» statistica, potremmo dire che se la spesa in Sicilia per il personale e per l'acquisto di beni e servizi fosse pari alla media italiana, risparmieremmo ogni anno 1,6 miliardi di euro, da impiegare magari in altre (più fruttuose) attività.
Ora è pur vero che se al già asfittico livello di consumi delle famiglie siciliane dovessimo sottrarre, in un colpo solo, 1,6 miliardi di euro all'anno, si rischierebbe il conflitto sociale. Questa verità, tuttavia, non può rappresentare un impedimento ad avviare almeno un sostanziale ripensamento della macchina pubblica. In sostanza a chi ci amministra si chiede (e si impone) un cambio di marcia: è tempo di rinunciare alla distribuzione delle risorse pubbliche attraverso la creazione di sacche di precariato improduttivo, e di fare convergere, invece, ogni possibile risorsa finanziaria pubblica su servizi funzionali e politiche sociali per i più indigenti. I margini per indugiare sulle vecchie metodiche si sono esauriti da tempo. Sulla riforma dei servizi pubblici si gioca una partita fondamentale. Nessuno obiettivamente ha la bacchetta magica ma, come è stato recentemente scritto, qualche colpo bisogna pur batterlo, specie in ambiti di attività (come i servizi pubblici) impermeabili ad ogni sforzo di innovazione e ad ogni impulso concorrenziale. Ad esempio, il welfare nel campo dell'istruzione, dell'assistenza alle persone, della salute o delle attività culturali, sta subendo in Europa profonde trasformazioni.
Mentre in Italia lo viviamo come un costo puro e semplice, ed in Sicilia addirittura come una voragine nei conti pubblici, altrove si tocca con mano un approccio profondamente diverso. Quanto sembra lontana Palermo, solo a pensare che in un Paese come l'Olanda i due terzi degli asili per l'infanzia sono gestiti da una redditizia società inglese. Che, in Sicilia, nella patria delle ex municipalizzate, con tutto il loro carico di ritardi ed inefficienze, si possa solo parlare di multinazionali di servizi, forse evoca un delitto di lesa maestà. Eppure i servizi pubblici hanno un potenziale di crescita inesplorato e che non ha ancora visto il coinvolgimento del capitale privato. Cambiare le regole del gioco e lavorare per una progressiva esclusione del pubblico dalla gestione dei servizi, porterebbe grandi benefici. Non sarebbe soltanto un percorso dalle evidenti refluenze economiche, non sarebbe soltanto un modo per riportare nella gestibilità i conti pubblici, ma sarebbe piuttosto un modo per sgravare le famiglie da compiti impropri e gravosi, un modo per sollevare tante donne dal «quarto mestiere»: essere lavoratrici, mogli, madri e dare assistenza ad anziani fragili e numericamente crescenti. Lo scambio tra una fetta di lavoro assistito e le evidenti ricadute sociali di un welfare funzionale e funzionante, sarebbe a saldo più che positivo per la collettività. Fatto per tempo, sarebbe davvero comodo ed economico, ad esempio, investire fin da giovani in forme assicurative di tipo sanitario ed a soccorso della non autosufficienza. In un Paese come il nostro, dove nascono pochi bambini e cresce il numero degli anziani, se qualcuno coltiva il sogno di affidare tutto al servizio sanitario nazionale, è bene che archivi anche la stessa idea. L'esempio dei servizi alla persona o del welfare sociale, è solo uno tra i tanti possibili. E non sembri azzardata l'estensione dello stesso concetto anche ai rifiuti. Se pensiamo di continuare a scavare una buca, riempirla di monnezza e coprirla con un cocuzzolo di terra, non ne verremo mai fuori. Ma se avremo la capacità di affrontare il problema in chiave industriale, curando la raccolta differenziata dei rifiuti, selezionandoli e puntando all'industria del riciclo, allora avremo trovato il nostro eldorado. In Sicilia l'agricoltura, l'industria e le costruzioni assorbono, tutte insieme, il 30% dei posti di lavoro; il restante 70% dei posti di lavoro è concentrato nei servizi. Non è questo un argomento sufficiente per spezzare le catene del modello «pubblico», così come lo conosciamo, e puntare invece alla produzione di servizi efficienti?

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