Tagli, ora dalle parole ai fatti concreti

Se la crescita è l'obiettivo primario del governo, è necessario che i segnali siano concreti. E il provvedimento sulla spending review approvato ieri dal Consiglio dei ministri è un elenco di strategie e innovazioni che, se realizzate, cambierebbero davvero il volto della spesa pubblica. Basta citare l’incarico dato a Giuliano Amato e il proposito di Mario Monti di intervenire anche sui finanziamenti pubblici ai partiti e persino ai sindacati. O quanto detto dal sottosegretario Catricalà: pure le Regioni a statuto speciale, come la Sicilia, dovranno essere sottoposte a vincoli stringenti sulle spese.
Sarà questo, dunque, il banco di prova finale per il premier. Per essere davvero efficace questo piano andrà difeso con determinazione. Sui tagli di bilancio ora sul tavolo gli è stato invece chiesto dai partiti di non usare la mazza ma «cacciavite e bisturi».
Se la strada sarà questa non si andrà molto lontano. Lo dimostrano le dichiarazioni del «sindacato dei prefetti» di cui fino a ieri non solo si ignorava l'esistenza ma si faticava anche a immaginare quale fantasia proterva potesse averlo creato. Invece scopriamo che esiste e si oppone all'accorpamento delle prefetture. Questo per dire la forza e la diffusione capillare delle lobby che, come vampiri, si nutrono di spesa pubblica.
Dal governo dei tecnici aspettiamo parole chiare. A cominciare dalla garanzia che la pressione fiscale, oggi vicina al 45 per cento, non aumenterà più. Anzi è destinata a diminuire. Specie sul lavoro. Poi la clausola di salvaguardia. E' stata introdotta dal precedente governo e prevede l'innalzamento dell'Iva a ottobre se la spesa non si è ridotta. Ci aspettiamo che venga rovesciata. Il pareggio di bilancio d'ora in poi si raggiungerà solo con la compressione delle uscite. Impossibile? No. La spesa pubblica è stata pari nel 2011 a quasi 800 miliardi (50,5 per cento del Pil). Tolti stipendi, pensioni e interessi passivi, restano circa 200 miliardi in acquisti di beni e servizi e varie.
Ognuno applichi la propria percentuale di risparmio pensando a una famiglia o a un'impresa. Il gettito atteso dal prossimo ritocco dell'Iva per il 2012 è di 4 miliardi, l'intera Imu ne vale 21. Le tasse hanno dimostrato di avere un effetto recessivo. I tagli mirati alla spesa pubblica no. Certo, hanno costi politici e personali più elevati. I destinatari dei tagli hanno nomi, facce e corporazioni. I contribuenti sono tanti e senza volto. Gli italiani sopportano sacrifici rilevanti e non capiscono perché l'azienda Stato, che spesso non paga gli arretrati, non riesca a risparmiare come l'impresa nella quale lavorano, avvertendone i dolori, o come il loro stesso nucleo familiare.
Il ministro Giarda si sta dando da fare, ma siamo sicuri che tutti nel governo e nell'alta dirigenza si comportino allo stesso modo? La Ragioneria, che detiene i libri e conosce i conti, è convinta e coinvolta oppure si lascia affascinare dalle sirene dei colleghi che occupano i vertici dell'alta burocrazia pubblica? E negli enti locali, responsabili di metà della spesa, vi è un uguale senso dell'urgenza? Molti si difendono guardando in casa dell'altro e intanto adeguano le addizionali. Un esperto come Luca Ricolfi ha fatto una proposta che meriterebbe di essere presa in considerazione. Un ultimatum rivolto agli enti locali di Sicilia, Campania e Calabria perché riducano la spesa del 40% . Avrebbero cinque anni di tempo: poi arriva il commissario. Almeno la virtù amministrativa non sarà più esclusiva di alcune amministrazioni del centro-nord.
A volte si ha la sensazione che la spesa pubblica sia considerata, non il frutto delle tasse e quindi dei sacrifici dei cittadini, ma un'attività della quale la politica e la burocrazia possono disporre a piacimento. Qualcosa di cui alla fine non si deve rendere conto a nessuno. Tanto è sempre andata così. Lo Stato si poteva indebitare e scaricare l'onere dell'inefficienza, attraverso le tasse, sulle famiglie e le imprese. Metà delle pratiche pubbliche sono inutili se non dannose. Con quelle non si fa crescita. Intere regioni (purtroppo tutte nel sud) non sanno nemmeno quanto spendono per la sanità. Lo scandalo è tutto drammaticamente qui: nell'incapacità ipocrita e nella volontà apparente con cui ci si misura con quell'immensa discarica abusiva dei nostri difetti nazionali che è la spesa pubblica.

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