Lo Bello: "La Sicilia è indietro di quindici anni"

Il vicepresidente designato all’Education dice la sua sulla regione, sempre più in crisi: "Abbiamo bruciato ricchezza e come crescita siamo tornati alla fine degli anni novanta"

PALERMO. Vicepresidente designato all’Education, Ivan Lo Bello arriva in Confindustria nazionale con l’esperienza innovativa della legalità ufficialmente applicata in Sicilia al mondo della produzione: promotore del codice etico per espellere le imprese che pagano il pizzo ma non denunciano, con Confindustria Sicilia che sta concretamente al fianco delle vittime di mafia. E al momento della designazione nazionale anche il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi dà atto al presidente uscente di Confindustria Sicilia di essere stato «un innovatore».
Uno sguardo alla Sicilia oggi in profonda crisi, «il pil è tornato indietro di quindici anni, abbiamo bruciato ricchezza e come crescita siamo tornati alla fine degli anni ’90». Un occhio deluso al governo regionale, la «critica radicale al modello economico predominante in Sicilia negli ultimi decenni». E in ambito nazionale la «grande speranza» nelle liberalizzazioni, «ulteriori liberalizzazioni che verrano ad opera del governo Monti». Ecco Ivan Lo Bello oggi, vicepresidente nazionale di Confindustria con delega all’Education.


CHE RUOLO È?


«Con Innovazione e ricerca affidato a Diana Bracco, Education rappresenta una delega strategica e di prospettiva, copre tutto il sistema dell’istruzione e della conoscenza che è al centro del dialogo mondiale nelle istituzioni didattiche, dall’Università ai licei. Ho ereditato la delega di Gianfelice Rocca, un grande imprenditore italiano e in qualche modo lavorerò a un settore che è cresciuto anche attraverso la sua credibilità e qualità».


ISTRUZIONE IN SENSO AMPIO, CON I DERIVATI E COLLEGATI DI OCCUPAZIONE E DISOCCUPAZIONE GIOVANILE IN ITALIA E IN SICILIA.


«Oggi nel Paese l’alto tasso di disoccupazione giovanile limita la crescita, i giovani arrivano tardi sul lavoro e in Sicilia la situazione è ancora più drammatica: in Sicilia un giovane su due è disoccupato. In un mondo come il nostro che negli ultimi quindici anni ha affrontato cambi strutturali rilevanti, con rivoluzioni tecnologiche che hanno cambiato il modo di produrre e di pensare, ebbene in questo panorama il ruolo della formazione è decisivo».



NEL SUO NUOVO COMPITO CI SARÀ POSSIBILITÀ DI INTERVENIRE SULLA FORMAZIONE?


«In senso ampio, non solo dai licei all’Università ma anche con un recupero degli istituti tecnici come possibilità di creare occupazione».


E LA FORMAZIONE FALLIMENTARE IN SICILIA?


«In particolare in Sicilia il processo va accelerato, la nostra Regione ha il più alto tasso di disoccupazione, un elemento che può intaccare positivamente questo settore servirà a una migliore qualità dell’istruzione a tutti i livelli. Una delle prime cose che farò è un confronto con le università siciliane che negli ultimi anni stanno facendo sforzi significativi. Mondo produttivo e università devono camminare insieme. L’interlocurtore privilegiato in questo settore è il ministero dell’Istruzione ma da siciliano, nell’ambito delle delega nazionale, cercherò di avviare un dialogo con le strutture universitarie con l’obiettivo della formazione».


CON QUALE RUOLO IL MEZZOGIORNO RIENTRA NEL NUOVO CORSO DI CONFINDUSTRIA GUIDATO DAL PRESIDENTE GIORGIO SQUINZI?


«Non c’è dubbio che avrà un ruolo importante ma è naturale che Confindustria concorra alla soluzione dei problemi del Paese compresi quelli del Mezzogiorno, non a caso due siciliani sono al vertice di Confindustria, con me il presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante che ha la delega alla legalità».



E IL GOVERNO MONTI È PARTITO BENE?


"Il governo dei tecnici si è insediato a fine ottobre su una situazione drammatica, senza Monti oggi l’Italia sarebbe come la Grecia, un punto di non ritorno, questa la gravissima situazione di partenza ma pare che una parte del Paese questa gravità non l’abbia ben capita».


BENE MONTI ANCHE SE SONO MANCATI I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA?


«Ricordo che sono trascorsi solo cinque mesi e non decenni, il governo ha effettuato la riforma del sistema pensionistico che ha garantito le stesse pensioni per il futuro e anche l’equilibrio finanziario del Paese».

E LE LIBERALIZZAZIONI SONO ALL’ALTEZZA?


«Sono un primo passo, altre dovranno essere fatte. È ovvio che dovranno essere messi in campo ulteriori elementi di apertura dei mercato, il tema è importante: bisogna decidere se tutelare i privilegi che impongono tasse occulte al Paese oppure scegliere la capacità di competere liberamente».


SULLA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO, QUAL’È LA SUA VALUTAZIONE E LE REFLUENZE CHE POTREBBERO DERIVARE IN SICILIA?


«La riforma è necessaria, il mercato del lavoro oggi in Italia funziona male, sono aumentate le forme di precariato. La prima versione della norma a nostro avviso era più equibilibrata, ciascuno faceva un passo indietro, poi l’irrigidimento...»


L’ARTICOLO 18?


«Noi industriali diciamo che la riforma non serve per licenziare ma per avere più lavoro e più mercato. Ora si sta cercando una nuova soluzione ma non possiamo restare appesi a un continuo dialogo. In Sicilia la riforma serve più che altrove. Porterà maggiore flessibilità e sarà più utile che nel resto del Paese: abbiamo un enorme potenziale di forza lavoro che non riusciamo a utilizzare, un tasso di disoccupazione quasi doppio rispetto a quello nazionale, un distacco di almeno quindici punti che è una enormità».


CONDIVIDE LA LINEA DEL GOVERNO REGIONALE PER LO SVILUPPO ECONOMICO?


«Abbiamo avuto qualche elemento dialettico con il governo della Regione proprio sui temi della crescita, noi sempre a sollecitare politiche di crescita, il governo sempre deludente, si è scelto di più di tutelare con soldi pubblici realtà insostenibili che non esistono in altre parti d’Italia. Ma va detto che molti problemi sono stati ereditati dalle gestioni passate, alcune cause di mancato sviluppo non dipendono dalla Regione ma dai Comuni».


MA COMPLESSIVAMENTE SULLA REGIONE È BOCCIATURA?


«La Regione ha avuto un’attenzione debole ai temi della crescita, la Sicilia non cresce da anni, oggi il livello del nostro pil è tornato indietro e si attesta sulla linea di quello degli anni ’90, fine anni ’90, siamo a fermi a 15 anni fa, abbiamo bruciato 15 anni senza creare ricchezza, siamo tornati indietro».


OGGI CHE LA CRESCITA È IL TEMA FONDAMENTALE, CHE FARANNO GLI INDUSTRIALI SICILIANI?


«Come tanti industriali del Paese hanno capito una lezione fondamentale, che negli ultimi decenni la crescita era fatta da distribuzione di risorse pubbliche, non c’è stata produzione di ricchezza ma solo una ricchezza distribuita in maniera clientelare, c’è stato un aumento della direzione pubblica nella misura quadrupla rispetto a quella del Paese. Oggi che sono finiti i soldi pubblici, che non si può più far debito, oggi le aziende hanno capito che non si può restare ad attendere, questo sta mandando le aziende di forza verso l’innovazione e il mercato, questo fa bene».

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