L'acqua, lu focu e i cunti siciliani

Si tratta di una raccolta di racconti provenienti dalla più antica tradizione popolare orale. L’autrice, Caterina Mangiaracina, ha registrato dalla viva voce degli anziani per un lavoro di documentazione che intende essere ponte tra scrigni privati di memoria e il lettore

TRAPANI. “L’acqua e lu focu” è una raccolta di racconti provenienti dalla più antica tradizione popolare orale. L’autrice ha registrato dalla viva voce degli anziani i cunti siciliani per un lavoro di documentazione che intende essere ponte tra scrigni privati di memoria e il lettore.


“Sono entrata nelle case di tanta gente – afferma Caterina Mangiaracina, autrice del libro - a cui, con delicatezza, ho cercato di pungolare la fiammella dei ricordi. Le orme del passato sono riemerse liete, tra grazie di sapori quasi dimenticati. Momenti leggeri e spensierati di vita raccolta attorno a quella giovinezza perduta, quasi ritrovata e ancora in grado di restituire la parte più autentica, ma anche frivola e leggiadra, di ognuno. Quella delle cose semplici, delle serate in compagnia di amici, parenti, che spesso non ci sono più. Tutto è riemerso in modo genuinamente naturale. Io, da bambina – continua l’autrice - non ho vissuto il forziere riaperto da quest’opera. Come tanti altri della mia generazione, sono figlia della televisione. Quella tivù che ha spazzato via tante barriere ma che ha anche avvilito il piacere del narrare attorno al fuoco. Sono entrata nei ricordi di donne e uomini, custodi di un sapere ormai sconosciuto a tanti. I racconti che ho raccolto, direttamente dalla voce dei loro custodi, vibrano di un mondo ormai lontano e che pure racchiude il sapore intenso del passato, dell’amore per la propria storia”.


Nei racconti, i personaggi prendono vita, con la loro quotidianità, a volte magica e altre no. La semplicità è il filo rosso che li lega, persino in quel loro modo di consigliare ed educare al rispetto per gli altri e per le cose, anche piccole, che si hanno. Così, personaggi semplici e umili, animali parlanti, re, principi, regine e principesse, hanno ripreso forma in un palcoscenico fiabesco e incantato che sa ancora affascinare.



“Ho raccolto tutti i racconti in dialetto – spiega l’autrice – ma nel riportarli ho scelto un compromesso: lingua italiana, colorita da intere filastrocche, brevi frasi, o anche solo lessemi, messi lì a ricordare le origini di quel narrato, senza per questo sbarrare l’accesso a chi non ha familiarità con il dialetto o ai giovani. Vorrei, infatti, che i giovani fossero i destinatari privilegiati di questo lavoro. Sono le nuove generazioni, infatti, più delle altre, a correre il rischio di perdere segmenti significativi delle loro radici”. L’opera è anche uno scrigno di antiche foto: un viaggio complementare a quello scandito dalla narrazione. Ognuna di esse raffigura persone, ma tratteggia anche simboli di epoche, costumi, usanze, quotidianità, lavoro, oggetti che hanno accompagnato l’infanzia di tante generazioni. “Ringrazio tutti i narratori e le narratrici – conclude la Mangiaracina – e ringrazio tutte le persone che hanno messo a disposizione le loro foto e i loro ricordi, ma un grazie particolare va ai miei genitori a cui voglio dedicare l’opera”.



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