Se anche i partiti risorgono a Pasqua

Dopo gli scandali, i partiti promettono riforme. Annunciano trasparenza e chiarezza. In materia di soldi, prima di tutto. Ora che l’evidenza mette a nudo un indecente uso privato di fondi pubblici. Si pensa di introdurre controlli e nuovi modelli di gestione. Ma siamo alle promesse. Purtroppo non alle risposte. Mentre la politica precipita nel discredito e i partiti sono sommersi dalla sfiducia (livelli di consenso dell’8, forse anche del 4 per cento). C’è da chiedersi se si utilizzerà questa Pasqua per meditare sulla resurrezione.
Per dare risposte a cinque domande che sempre più i cittadini pongono.
La prima riguarda un falso democratico. Ciascun partito deve spiegare meglio perché è stata tradita la scelta libera degli italiani. Nel '93, grazie al partito radicale, si svolse un referendum in cui si chiedeva se mantenere o no il finanziamento pubblico. È prevalso il no. Quel voto è stato poi eluso in parlamento. Si abolì il finanziamento pubblico e si introdussero i risarcimenti elettorali. Fu cosa giusta? Non si doveva prendere atto che gli elettori non bocciarono la forma (finanziamento, contributo, risarcimento o quant'altro). Ma la sostanza. Dissero che i partiti non dovevano ricevere quattrini dai contribuenti. Punto. A tal proposito non c'è niente da dire?
La seconda riguarda la misura del raggiro. Si sostiene che il finanziamento pubblico è necessario, altrimenti la democrazia sarebbe dominata dai ricchi. Non è vero. Un partito forte nelle idee, presente nel territorio, può ben richiedere e ottenere aiuti di ogni genere per libera adesione di enti privati e singoli cittadini. Ma, pur accettando quella tesi, perché si sono introdotti meccanismi che hanno decuplicato le somme pubbliche nelle casse dei partiti rispetto a quanto non facesse il sistema che gli italiani avevano abrogato? Non sappiamo. Non spiegano.
La terza domanda non può che rivolgersi allo spreco evidente. I partiti ricevono più soldi di quanto non ne servano per sostenere le spese elettorali. Lo documentava ieri, su questo giornale, Aldo Forbice. Nel 2010 il Pdl spendeva 20 milioni e ne riceveva 53. Il Pd 14 e ne incassava 51. L'Udc ne ha ricevuti 11 a fronte di sei... E siamo complessivamente a costi da capogiro. Almeno 500 milioni di euro ad ogni legislatura tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Dal '94 ad oggi siamo a quasi tre miliardi. È possibile che non si raggiunga, ora e subito, una intesa tra i partiti per apportare tagli? Almeno nella stessa misura in cui si chiedono rinunce ai cittadini con tasse e riforme? Sarebbe semplicemente morale. Perché noi crediamo che, come diceva Andrè Malraux, «non si fa politica con la morale ma nemmeno senza». Invece di tagli non si parla. Anzi la commissione, che su questi avrebbe dovuto lavorare, si è sciolta come neve al sole per mancanza di informazioni utili.
La quarta domanda riguarda il tema dei controlli. Come è possibile che somme così ingenti possono essere spesi senza controlli di alcun genere? Anche adesso assistiamo a lunghe dispute su chi possa attuarli, perchè i partiti sono una associazione libera e privata. Controlli pubblici potrebbero colpire libertà e riservatezza. Ma che discorsi sono? I partiti sono strutture che vivono di fondi pubblici e svolgono funzioni pubbliche. Selezionano i parlamentari. Formano e condizionano i governi. Hanno ruoli di livello costituzionale. Possiamo continuare con queste ipocrisie?
C'è infine la domanda principale. Riguarda il modo d'essere dei partiti. Sono essenziali alla democrazia? Certo. Organizzano il consenso sulle idee. Consentono la partecipazione attiva e operosa dei cittadini al governo del paese. Selezionano la classe dirigente. Ma è questo il ruolo che svolgono oggi in Italia? La risposta è no. Fanno altre cose. Sono onnivori. Controllano tutto e tutti. Governano le nomine nei consigli di amministrazione. Formano i vertici delle aziende sanitarie e gli organi dirigenti delle grandi aziende pubbliche. Per non parlare della moltitudine di enti e consorzi a livello locale. Molti dei quali scarsamente utili o del tutto inutili. Soltanto voluti per premiare con buone retribuzioni amici e sostenitori fedeli. Sono macchine di potere in grado di garantire carriere facili e incarichi ben retribuiti senza alcun vincolo di merito. Faceva notare ieri Marco Simoni, sul Sole 24 Ore, che «il tesoriere della Lega inquisito in questi giorni è stato consigliere di Fincantieri, una delle nostre aziende più importanti, senza alcuna chiara competenza in merito: una nomina dunque che danneggia l'economia italiana ben più dell'eventuale corruzione di cui è ora accusato».
Ma questo non è un caso. Si è alle conseguenze di regole che tutti accettano. Questo è lo stato delle cose. I partiti vogliono essere sempre così? Se lo vogliono non possono che accettare il precipizio e la caduta. Perché ormai la gente va convincendosi che i partiti non sono utili alla democrazia. Che è molto meglio fare governare Monti, benché da nessuno eletto. Magari rinviando le elezioni. Un sentimento di lontananza diffuso separa sempre più il Paese da loro. Il partito dell'astensione dal voto è destinato ad aumentare il suo peso. Ci vuole una riforma forte e rapida. I tempi, a questo punto, non sono variabile indipendente dalla sostanza di una riforma, se ad essa si vuole arrivare. Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, proponeva l'altro giorno l'adozione di un decreto per introdurre un nuovo ordine. Vediamo adesioni parziali, balbettii e incertezze. Ma anche a noi sembra il modo migliore per dare il segno di una svolta. Per passare da una partitocrazia immorale ad un sistema almeno decente.
Non chiediamo altro. Viene in mente quel diplomatico che introduceva le conferenze stampa sul disarmo tra Usa e Urss con queste parole: «Chiedete quel che volete. Su argomenti come questi non possono esserci buone domande. Caso mai arrivano cattive risposte». Anche parlando di soldi pubblici e partiti, finora in Italia abbiamo avuto soltanto quelle. E vorremmo tutti una musica nuova. fondi@gds.it

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