Immigrazione, l’indifferenza che alimenta le tragedie

La nuova tragedia del mare (48 immigrati libici e 10 morti) ci ricorda tristemente che siamo ormai vicini a una nuova emergenza clandestini a Lampedusa (e non solo). E non ci risulta che vi sia una particolare mobilitazione delle cosiddette autorità competenti (ministeri dell'Interno, della Salute, Difesa, protezione civile, Regione, ecc.), perché - come al solito - ci si muove sempre quando le catastrofi arrivano. Silenzio assoluto anche da parte di Bruxelles, che pure ha una struttura super attrezzata per la difesa dei confini della Ue. Si fa per dire, perché i confini del sud Europa non hanno mai scalfito l'interesse degli eurocrati.
Ora però i barconi della «primavera araba» hanno ricominciato i viaggi della fortuna. È di qualche giorno fa un'altra tragedia: 54 immigrati arrivati a Lampedusa dalla Libia, con 5 cadaveri a bordo. Sono seguiti altri barconi e altri ancora sono stati avvistati provenienti dal Nord Africa. L'agenzia dell'Onu, specializzata in denunce (l'Unhcr), prevede una nuova ondata di immigrati sul Canale di Sicilia, in partenza dai paesi africani, ma giudica «fisiologica» questa fuga verso l'Europa «con l'arrivo della bella stagione» e «sino a quando ci saranno tensioni in aree non lontane, come il Corno d'Africa». Constatazione ovvia, ma non ci risulta che l'agenzia dell'Onu destini molte risorse per l'accoglienza dei rifugiati nel nostro paese, a differenza di altre situazioni. Questo significa che l'Italia sarà lasciata sola ad accogliere centinaia di migliaia di clandestini senza poterli respingere alla «frontiera» (inesistente)? Infatti, dopo la sentenza di condanna della Corte di giustizia europea per i respingimenti dell'anno scorso è subentrata una fase di stallo: si ha il timore di nuove sentenze, anche in vista di nuove «invasioni». Sarà necessario dunque riaprire il centro di accoglienza di Lampedusa, crearne di nuovi altrove e soprattutto, in tempi di crisi, destinare a questa emergenza nuove risorse finanziarie.
Non possiamo più limitarci, come fa la piccola Malta (ma anche la Spagna, la Francia, la Gran Bretagna, l'Olanda, la Germania, ecc...), a respingere, ma dobbiamo insistere con gli accordi bilaterali (come abbiamo fatto con la Tunisia e la Libia), anche se non sempre funzionano, visto che le organizzazioni criminali, «mercanti di uomini», riescono ad aggirarli con troppa facilità.
Anche il presidente Napolitano ha sollecitato di recente una politica di stretta collaborazione con Malta perché «non ci dobbiamo rimbalzare il problema» e soprattutto entrambi dobbiamo sollecitare sempre di più una politica comune europea, che attualmente non è carente: è praticamente assente, se si eccettua la concessione di qualche modesto contributo economico. Sempre pronti però gli eurocrati a tranciare giudizi pesanti e a emettere condanne sulle presunte violazioni dell'Italia sui diritti degli immigrati clandestini. Eppure quello che accade nel Mediterraneo non può riguardare solo l'Italia: deve interessare direttamente le Nazioni Unite, l'Ue, la Lega araba e tutti i paesi interessati a quel bacino. È sufficiente riflettere su questa cifra: dal 1998 all'agosto 2011 ,17.738 persone sono morte nel tentativo di raggiungere l'Europa.
Solo nel 2011, circa 2000 persone (donne e bambini compresi) sono morti nello Stretto di Sicilia. Sono stime di Fortress Europe che fanno giustizia di tanti luoghi comuni e discorsi demagogici. Infatti, senza la collaborazione di tutte le organizzazioni e i paesi interessati, le stragi continueranno a lungo. E, purtroppo, nell'indifferenza dell'opinione pubblica internazionale.

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