Palermo senza politica

Davanti a una politica che sembra ritrarsi al cospetto delle emergenze, ecco una classe imprenditoriale che prova a indicare la rotta, disposta anche a mettersi al timone

Aveva iniziato Confindustria, ricordando al futuro sindaco di Palermo che per tenere in piedi la baracca dovrà liberarsi del fardello di 4 mila dipendenti di troppo fra Comune e aziende partecipate, bollando peraltro la cosa come necessità prima ancora che priorità. Ventiquattr’ore dopo, Confcommercio ha messo attorno a un tavolo tutti i principali candidati, ha rappresentato loro i bisogni di «una città allo sfascio» e si è perfino spinta a proporre a tutti un proprio rappresentante in giunta cui affidare il delicato timone delle attività produttive.
E così un’organizzazione storicamente moderata e politicamente asettica (ma in passato grosso bacino di consensi per la Dc), ha deciso di scendere in campo, spingendosi perfino a proporsi come una sorta di para-partito con un proprio assessore in giunta, qualsiasi schieramento dovesse prevalere. Siamo insomma al commissariamento della politica da parte delle organizzazioni che tengono in mano il termometro reale dello sviluppo. Un metodo, quello dell’economia che detta le regole alla politica che, come sottolinea Nino Sunseri, nel commento alle pagine 1 e 6 (sul Giornale di Sicilia in edicola), dilaga efficacemente in tutto il Paese.
A Palermo i problemi sono tanti, gravi ed endemici. La contrazione del 40% degli affari nel triennio, la chiusura di aziende storiche, una disoccupazione giovanile che sfiora il 45%, il crollo di appalti ed investimenti pubblici, la politica delle clientele che ha creato i «mostri» Amia, Gesip e Pip, tagli che toccano soprattutto la spesa sociale proprio quando quest’ultima diventa indispensabile. Eppure siamo ancora in attesa di un’idea di governo, di un barlume di programma, di una scintilla che illumini un futuro oggi a tinte fosche. L’aveva perfino sollecitata in un’apposita conferenza stampa, altro evento senza precedenti, il cardinale Paolo Romeo in persona.
Nei giorni scorsi avevamo additato il teatrino di balletti e capriole che la politica palermitana stava mettendo in scena in questa surreale campagna elettorale. Nella quale il paradosso - solo apparente agli occhi di un osservatore non sufficientemente smaliziato - è che tutti sembra stiano facendo il massimo per cercare di... non vincere. Nel centrosinistra ancora parecchio deve succedere, con l’ombra scomoda di Orlando che si allunga sempre più minacciosa sul Ferrandelli vincitore delle più discusse primarie della storia. Una coalizione a brandelli, vicina al suicidio politico in una tornata elettorale in cui mai come stavolta il successo sembrava alla vigilia a portata. Nel centrodestra, invece, non tutti hanno ancora digerito il ribaltone di Massimo Costa, partito con la benedizione di Casini, Fini e Lombardo e arrivato con l’abbraccio di Alfano e Miccichè e gli strali del presidente della Camera e del presidente della Regione, affrettatisi poi a dirottare il sostegno su Alessandro Aricò. Eppure il Pdl appare ancora tiepido sull’uomo che, nelle speranze dei berlusconiani, dovrebbe subentrare a Cammarata e che però da Cammarata ha preso subito le distanze, al punto da non volere in giunta assessori «macchiati» dalla precedente sindacatura. Ad Alfano che dà di fatto carta bianca al giovane candidato sulle scelte da fare molti obiettano che il partito di maggioranza relativa della città dovrebbe dettare la linea di un candidato e non viceversa.
Manca il progetto, forse fanno paura le prospettive di governo e le scelte radicali e dolorose che andranno inevitabilmente fatte. E così, davanti a una politica che sembra ritrarsi al cospetto delle emergenze, ecco una classe imprenditoriale che prova a indicare la rotta, disposta anche a mettersi al timone. Anche a Palermo toccherà ai tecnici turare le falle dei politici?
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