Manager pubblici, gli stipendi vanno tagliati

E' un obbligo morale da fare subito. Non modificare la situazione attuale o fare qualche ritocco ipocrita per accontentare la protesta che sale dal paese sarebbe assai rischioso

La questione dei maxi stipendi dei manager pubblici si sta ingarbugliando fino a sfiorare il ridicolo. E non è una gran bella figura per il governo in carica. Ma in realtà, sia nel merito che nel metodo, la soluzione del problema non è così complicata. Nel merito, il sostanziale ridimensionamento dei compensi ai dirigenti pubblici è un obbligo morale indifferibile. Non modificare la situazione attuale o fare qualche ritocco ipocrita per accontentare la protesta che sale dal paese sarebbe assai rischioso. Un segnale di debolezza e di incoerenza che renderebbe moralmente inconsistente la pretesa di imporre sacrifici a milioni di persone. E lo si deve fare subito e non sui contratti futuri, temendo iniziative giudiziarie fondate sulla difesa di intangibili diritti acquisiti. Quanti dirigenti farebbero causa allo Stato sapendo di dover lasciare automaticamente il posto e subendo insieme una generale condanna morale? Lo si deve fare anche per le troppo eclatanti differenze che emergono dalla comparazione dei trattamenti retributivi con quelli di analoghe funzioni dirigenziali in Europa e in America. Differenze di per se prive di qualunque giustificazione ma che suscitano ulteriore scandalo in un Paese che ha livelli di retribuzione medi tra i più bassi d'Europa. In questi ultimi vent'anni di complessivo malgoverno e di progressivo malcostume, i compensi della fascia più alta dei dirigenti pubblici si sono progressivamente allineati a quelli apicali del settore privato, a un treno in corsa diretto verso i magnifici traguardi delle retribuzioni "lunari" dei manager delle multinazionali americane. Per troppo lungo tempo nel silenzio dell'opinione pubblica, a questo treno non è mai stata imposta una fermata che è diventata ora una necessità di ordine pubblico se si vuole evitare che un clima sociale sempre più rovente metta a ferro e fuoco la sala macchine di Wall Street piuttosto che di Piazza Affari. Aggiungo anche che quest'equiparazione tra dirigenti pubblici e privati non sta in piedi. I livelli apicali dei dirigenti privati godono di una retribuzione suddivisa in una parte fissa e in una parte variabile legata a risultati misurabili. La parte variabile fa in media oltre il 50% della retribuzione complessiva. Negli ultimi anni e purtroppo in tanti casi, la gestione autoreferenziale degli obiettivi, spesso truffaldina, ha consentito al top management delle aziende private di godere di compensi scandalosi erogati in tantissimi casi quando le aziende stesse distruggevano valore. I dirigenti pubblici non hanno una retribuzione fissa e una retribuzione variabile semplicemente perché, per loro, non sono mai stati fissati obiettivi di risultato, quand'anche ciò fosse possibile. Va da se che il paragone tra azionisti consapevoli e azionisti cretini, che pagano manager senza merito, non regge nel settore pubblico. Gli azionisti del settore pubblico sono i contribuenti, privi di qualunque mezzo per controllare la performance dei dirigenti pubblici. L'essere pagati con soldi privati o con soldi pubblici fa però una grande differenza che induce a riflettere sulla reale e più profonda distinzione tra lavoro privato e funzione pubblica. Perché il Presidente degli Stati Uniti e il capo dell'Fbi guadagnano cento volte meno dell'amministratore delegato di una multinazionale Usa? Non solo per il fatto che vengono pagati dai contribuenti ma anche e soprattutto perché il dovere etico dell'ufficio e il potere che ne consegue non hanno nulla a che fare col mercato. C'è un'etica pubblica che sovrasta quella privata e che impone, come si legge nella formula del giuramento del Presidente degli Usa, il dovere del servizio verso i cittadini. Nonostante aberrazioni, ruberie e tutto ciò che di immondo si possa pensare, prima dell'avvento della seconda repubblica questo senso del legame etico tra servizio e potere non era del tutto perduto. I presidenti degli enti di gestione delle partecipazione stati dell'epoca avevano compiti e responsabilità identiche a quelli degli amministratori delegati dei grandi gruppi di oggi, dall'Eni all'Enel alla Finmeccanica. Non solo l'amministratore delegato della Fiat guadagnava 50 volte la loro retribuzione, ma anche un dirigente apicale di un'impresa medio-grande. Guarda caso il compenso dei capi degli enti di gestione non poteva superare quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Nessuno avrebbe mai pensato di lamentarsi e nessuno lo fece. E se la ragioni che riguardano in merito sono ineludibili, quelle che attengono al metodo sono talmente risibili da suscitare qualche dubbio sulla buona fede di chi stà lavorando sul tema. Se conosciamo i nomi di tutti coloro che rivestono una funzione pubblica con compiti dirigenziali, indipendentemente dal settore o dal ruolo di provenienza, possiamo chiedere un'autocertificazione dei compensi erogati a qualunque titolo da inviare entro 15 giorni a chi di dovere. Premettendo che falsità e omissioni saranno penalmente perseguite a seguito del licenziamento del responsabile con prescrizione decennale. E la stessa cosa si dovrebbe fare per tutte le autonomie, comprese le regioni a statuto speciale. Se si obiettasse che non abbiamo gli elenchi degli interessati o che questi sono incompleti preferirei rivolgermi all'Onu, prima di sentire che è stata costituita all'uopo un'ennesima agenzia, comitato o commissione, presieduta, tanto per cambiare, da un consigliere di stato.

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