Le magie delle Province per non morire

Le Province non hanno alcuna voglia di morire. Il loro organismo rappresentativo, l'Upi e il suo presidente, il combattivo Giuseppe Castiglione, si stanno impegnando attivamente per contrastare la linea del governo Monti, che prevede prima lo svuotamento delle funzioni e successivamente la chiusura definitiva di questi enti. Secondo la legge «Salva Italia» i consigli provinciali dovrebbero essere sciolti entro il 31 marzo 2013. Nel frattempo, ed esattamente entro il 30 dicembre di quest'anno, si dovrebbero approvare le norme per le elezioni dei nuovi organi (dieci consiglieri nominati dai sindaci dei comuni di competenza), in attesa di una legge costituzionale che dovrebbe definitivamente sciogliere questi enti intermedi. Ma la confusione continua a regnare sovrana perché, come è intuibile, le forze politiche (quelle che sostengono il premier Monti e altre, come la lega Nord) non stanno con le mani in mano per conservare centri di potere di grande importanza. E siccome la fantasia non manca, neppure all'Upi, i «creativi» si sono messi all'opera: prima con una ricerca commissionata all'Università Bocconi (forse per sfidare i bocconiani di governo) hanno cercato di dimostrare che i risparmi dello «svuotamento» delle Province sarebbero stati ben poca cosa (65 milioni di euro), mentre la Cgia di Mestre parlava «in una prima fase» di una riduzione dei costi di 510 milioni di euro, su 13 miliardi di spesa annua. E c'è chi fa fatto previsioni più forti, da 3 a 5 miliardi di euro di tagli, senza considerare l'incidenza della ristrutturazione di tutti gli enti territoriali minori. Ora dal cappello dell'Upi è uscito un nuovo coniglio: quello delle 10 città metropolitane e la riduzione, da 108 a 40,del numero delle province. Questa maxi operazione, secondo l'Upi, porterebbe un vantaggio incredibile: una riduzione della spesa di circa 5 miliardi. Sembra «il gioco delle tre carte»: prima con la cancellazione degli enti si sarebbe ottenuto un risparmio di appena 65 milioni di euro, ma con un numero dimezzato delle province si ottiene un «taglio» molto grande: 5 miliardi di euro. Forse bisognerà consultare qualche illustre matematico per capirci meglio qualcosa o forse è più probabile che le cifre vengano utilizzate a seconda delle proprie convenienze. E mi sembra ormai chiaro che, per l'Upi, ogni progetto è buono solo se è in grado di far sopravvivere le province. Infatti, nella proposta si elencano anche i risparmi: il 50% dal miglioramento dell'efficienza degli enti intermedi (ammettendo così che attualmente esistono ampie aree di sprechi) e il 50% dalla loro riduzione. Non solo, altri 2,5 miliardi potranno essere risparmiati dal riordino degli uffici periferici del governo, mentre un altro contenimento, di 1,5 miliardi, ne potrebbe derivare dall'abolizione di enti e agenzie strumentali. I 4 miliardi delle ultime due «voci» potrebbero comunque essere «tagliati» e quindi non potrebbero essere una conseguenza del dimezzamento delle province. Come si vede la chiarezza delle cifre è ancora l'araba fenice. Non sappiamo che cosa risponderà il governo Monti su questa nuova proposta. Speriamo solo che, ancora una volta, non si perdano di vista due obiettivi: il riordino (con l'abolizione di troppi enti inutili e costosi), all'insegna dell'efficienza, di tutte le istituzioni territoriali e la riduzione dei costi della politica.

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