La Sicilia commissariata dall'Ue: i controllori siano i benvenuti

La Sicilia è stata commissariata dal governo. Possiamo girarla come vogliamo, ma il senso dell’annuncio fatto dal ministro Barca è inequivocabile. Manderà dei funzionari a Palermo per spiegare all’amministrazione come si completano le pratiche per ottenere i fondi comunitari. Segno che una macchina burocratica composta da ventimila persone, e infarcita di consulenti profumatamente pagati, non è in condizione di fare il proprio lavoro.



Non era mai accaduto prima che da Roma arrivassero gli sceriffi. Tremonti l’aveva minacciato in molte dichiarazioni pubbliche. Monti l’aveva detto chiaramente a Lombardo durante il vertice di fine gennaio: «Perché mi venite a chiedere ancora soldi quando non siete nemmeno in grado di spendere i fondi comunitari?».  Alla fine Palazzo Chigi si è stancato delle prediche inutili e ha deciso di assumere la responsabilità diretta del problema.



I funzionari in arrivo da Roma dovranno sistemare una partita da 280 milioni. È il primo passo nel tentativo di sbloccare il fiume di denaro (quasi undici miliardi nel complesso dei diversi programmi) che giacciono a Bruxelles sul conto corrente intestate alla Sicilia. Ovviamente dobbiamo sperare che il blitz di Barca abbia successo visto che i benefici si irradieranno su tutta l’economia. Resta la grave sconfitta per la classe politica e burocratica dell’isola. Un «task force» inviata da Roma che risolve un problema che a Palermo appariva insolubile. Ma nemmeno perché la soluzione fosse difficile. Più semplicemente perché il personale incaricato del dossier era incapace o pasticcione. A più di sessant’anni dall’Autonomia si moltiplicano gli interrogativi sulla sua vera funzione. A che serve lo Statuto se poi bisogna chiedere aiuto al governo centrale?



Comunque bisogna far presto. Questi sono gli ultimi soldi che arrivano da Bruxelles. Dall’anno prossimo la geografia sociale dell’Europa cambierà e l’Isola, così come tutto il Mezzogiorno, uscirà definitivamente dall’area di intervento. Proprio per questo è necessario bruciare i tempi. Anche a costo di chiedere aiuto al ministero. Né può consolare il fatto che le altre ragioni del Sud facciano peggio. Se infatti Palermo spende appena l’11,2% altrove ci sono lentezze maggiori. La Puglia è riuscita a spendere solo il 7,5%. La Campania l’8% (e l’11,1% per un’altra «tranche» di un altro programma). La Calabria, il 13,8%. La Basilicata, un po' meglio: 24,5%. Solo la Romania, nel suo complesso, si è mostrata ancora più lenta del Mezzogiorno.



La tagliola di Bruxelles però è implacabile. Se i fondi non verranno impegnati entro l’anno prossimo rientreranno nelle casse comunitarie. Per una classe politica seria e responsabile l’utilizzo dei fondi Ue dovrebbe essere l’impegno principale. Quello sul quale non dormire la notte. Invece, come si vede, non accade assolutamente nulla. Tranne l’umiliazione dei commissari che arrivano da Roma per sbrigare una pratica che a Palermo non sono stati in grado di affrontare. Nonostante un organico obeso e il continuo ricorso ai consulenti. Ma perché pagarli? Chissà. E allora ai commissari diciamo: benvenuti.

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