Siria, si rischia uno spaventoso bagno di sangue

Come costringere il dittatore siriano Bashar el Assad a lasciare il potere? Come impedire che la rivolta siriana venga soffocata in uno spaventoso bagno di sangue? Come risolvere il conflitto senza un intervento esterno che potrebbe incendiare l'intero Medio Oriente? Dopo che Russia e Cina hanno bloccato sabato con il loro veto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, sponsorizzata dalla Lega Araba, che avrebbe investito l'Onu del problema, le cancellerie si stanno arrovellando per trovare una soluzione che l'inasprirsi del conflitto rende di giorno in giorno più urgente. Il voto al Palazzo di Vetro sembra infatti avere incoraggiato Bashar a procedere con la repressione senza più remore e a «punire» la città ribelle di Homs, da tre giorni sotto il tiro dei cannoni dell'esercito, con la stessa ferocia con cui nel 1982 suo padre Hafez massacrò dal 20 ai 30.000 fondamentalisti ad Hama. Le televisioni arabe hanno mostrato ieri immagini che non lasciano molti dubbi in proposito.
Le opzioni non sono molte. Un intervento armato, sulla falsariga di quello della Nato in Libia, è stato escluso sia dagli Stati Uniti, sia dalla UE, sia dalla vicina Turchia. Nessuno vuole infognarsi in quella che somiglia sempre più a una guerra civile e ha già fatto almeno 10.000 morti. Nessuno è disposto a rischiare che in soccorso di Assad si muovano l'Iran o l'Hezbollah libanese. Washington, in particolare, pur avendo definito il veto russo "disgustoso", non vuole innescare una nuova guerra fredda con Mosca, che a sua volta ha bollato le reazioni occidentali come «indecenti ed isteriche». E i Paesi sunniti della Lega Araba, per quanto furiosi con l'alawita Assad che sta massacrando i loro confratelli, non se la sentono di scatenare un conflitto che fatalmente si allargherebbe al Libano, all'Iraq e forse a Israele.
Una soluzione di ripiego, ventilata in queste ore dall'America, sarebbe di rifornire di armi il Consiglio nazionale siriano, che riunisce i principali movimenti dell'opposizione, ma porterebbe a una escalation del conflitto e a ulteriori spargimenti di sangue. La interruzione dei rapporti diplomatici, decisa ieri da USA e Gran Bretagna, è un segnale forte, ma non modifica la situazione sul campo. Rimane lo strumento delle sanzioni economiche, che hanno già inflitto danni gravissimi all'economia siriana e di conseguenza hanno minato il sostegno ad Assad della borghesia di Damasco e di Aleppo, lasciando sperare in un collasso interno del regime. Il problema è che richiedono tempo per funzionare, e finchè Russia e Cina manterranno l'appoggio a Damasco possono essere almeno in parte eluse. Nella generale incertezza, c'è anche chi spera che il Cremlino punti, in realtà, solo a guadagnare tempo per ritagliarsi un ruolo di mediatore che nello stesso tempo preservi i suoi interessi in Siria e riscatti la sua immagine agli occhi degli arabi: proprio oggi il ministro degli esteri russo Lavrov dovrebbe recarsi in Siria in compagnia del capo dei servizi segreti per una missione dai contorni abbastanza misteriosi.
Obama ha ribadito ancora venerdì che l'America è solidale con i cittadini oppressi e che «il regime deve finire». La Clinton è stata altrettanto categorica. Tuttavia la politica dell'Occidente risente del timore che al clan degli Assad, alleato dell'Iran, protettore di Hamas e dell'Hezbollah e spietato con gli avversari, ma garante di una certa stabilità, ne subentri uno dominato dai Fratelli musulmani che si metta a perseguitare le minoranze alawita, cristiana e curda. La deriva islamista di Egitto, Libia e perfino Tunisia desta già abbastanza preoccupazioni. Mettere fine alla sanguinosa repressione in corso è un dovere morale - come lo è stato in Kosovo e in Libia - ma non a costo di scatenarne un'altra che potrebbe essere non meno spietata. fondi@gds.it

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