L'Italia paga l'addio al nucleare

Non siamo ancora nella condizione della «Piccola fiammiferaia» di Andersen, ma di questo passo per scaldarci dovremo dar fondo a tutta la nostra scatola di fiammiferi. È quasi un appuntamento fisso: non appena arriva il freddo intenso, la russa Gazprom stringe i rubinetti mettendoci in ansia. «Siamo in emergenza e abbiamo reagito aumentando le importazioni dall'Algeria e dal Nord Europa, quindi non avremo problemi fino a mercoledì quando arriverà un'altra ondata di freddo in Russia e non sappiamo come si comporterà la Gazprom giovedì e venerdì», ha detto l'ad di Eni Paolo Scaroni. Parole che danno il senso delle nostre difficoltà, aggravate dal guasto al rigassificatore di Rovigo.
L'Italia ora si sta attrezzando con un piano per l'emergenza. Ma è chiaro da anni quanto siano decisive le forniture russe, il cui calo in questi giorni attorno al 25% (chissà se dovuto solo all'eccezionale freddo) può obbligarci a ricorrere alla scatola dei fiammiferi, ossia alle riserve. Si capisce ora come, al netto del folklore, del colbacco e del lettone di Putin, la scelta di Berlusconi di intrattenere buone intese - se non addirittura rapporti privilegiati - con la Russia, sulla quale molte spiritosaggini si sono sprecate, fosse quanto mai accorta. Piaccia o no, Mosca è un partner energetico troppo importante per essere snobbato con leggerezza. Almeno fino a quando saremo un Paese in cui può fare un freddo micidiale come quello di questi giorni.
Non è nemmeno da escludere che buona parte dell’isolamento internazionale che negli ultimi tempi aveva circondato il Cavaliere fosse dovuto proprio alle questioni energetiche. Per garantire all’Italia la sicurezza dei rifornimenti aveva stretto rapporti privilegiati con il presidente russo e con il colonnello Gheddafi. Personaggi magari discutibili ma titolari di ricchezze energetiche considerevoli. Due leader non troppo popolari nelle grandi cancellerie europee. Ancor meno al Dipartimento di Stato americano che continua a considerare la Russia con diffidenza e non ha mai dimenticato di aver inserito, per lunghissimo tempo, la Libia di Gheddafi nell’elenco degli «stati canaglia».
Il risiko del gas dimostra che, contrariamente alla credenza generale, i limiti alla sovranità nazionale non arrivano tanto dall’imperialismo dello «spread» quanto dalla dipendenza energetica. L’Italia ha scelto per ben due volte di chiudere la porta al nucleare. A differenza della Francia che non ha fermato gli investimenti nonostante Fukushima, né della Germania che, passato il momento di emozione, ha allontanato nel tempo la chiusura delle sue centrali. I risultati si vedono: Parigi, forte della sua indipendenza energetica, non ha avuto problemi a bombardare Tripoli insieme agli inglesi che il petrolio ce l’hanno in casa. L’Italia si è mossa in ritardo, essendo ben consapevole che le bombe su Gheddafi avrebbero aumentato la dipendenza dalle forniture russe. È vero che Putin era considerato un amico. Ma meglio non esagerare.
Adesso rischiamo il freddo e anche qualche black out considerando che le centrali elettriche marciano a gas. Enrico Mattei aveva creato l’Eni proprio con il compito di garantire l’autonomia energetica al Paese. Voleva evitare la dipendenza dai grandi petrolieri anglo-americani. Ora comandano i governi e i Paesi poveri come l’Italia devono di nuovo subire. Le energie rinnovabili non sono un’alternativa. Né lo saranno per decenni. L’unica possibilità era il nucleare. L’abbiamo scartata. Speriamo di non sentire troppo freddo nei prossimi giorni. fondi@gds.it

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