La svolta nella riforma del mercato del lavoro

Sulla riforma del mercato del lavoro siamo arrivati alla svolta. Il ministro Fornero andrà avanti anche senza i sindacati. Una novità di metodo che vale ancora di più della sostanza. Finalmente la rottura della concertazione che ha segnato mezzo secolo di rapporti sindacali e politici in Italia. Basta con l'inciucio: ognuno si assume le proprie responsabilità con chiarezza e serietà. L'opinione pubblica giudicherà. Il ministro Fornero gode dell'appoggio del collega Corrado Passera secondo il quale non ci sono più tabù. Ma soprattutto di Monti che, con una battuta ha giudicato il posto fisso «una noia». A qualcuno non è piaciuto anche se era chiaro il senso delle parole. Il premier spiegava che al centro del dibattito va messo il lavoro. Non il posto che può anche cambiare e, purtroppo, anche sparire.
La riforma è tutta qui. Susanna Camusso, però «non ci stà». Raffaele Bonanni, in altri momenti più consapevole, invita il governo «ad essere cauto». Luigi Angeletti invoca la «giusta causa» come argine invalicabile contro i licenziamenti. Come ai tempi del «padrone delle ferriere». Patologia. Allora sarà bene intendersi. L'ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd) giudica «inammissibile» il licenziamento per motivi economici. Perfetto. E se l'azienda comincia ad andar male, se la congiuntura cade o il ciclo congiunturale collassa che cosa facciamo? Teniamo in vita l'impresa con un colpo di bacchetta magica come fossimo nel mondo dei sogni oppure per decreto come nel paradiso sovietico? Non c'è risposta se non la cassa integrazione. Un sistema costoso e ingiusto. Costoso perché nel tempo ha cambiato natura. Nasceva come sostegno al reddito per i momenti di difficoltà. Si è trasformato in uno strumento per tenere artificialmente in vita posti di lavoro che non ci sono più e né mai più ci saranno. Sommamente ingiusto perché non si applica alla totalità del mondo del lavoro ma solo ai dipendenti delle aziende maggiori. Chi si oppone alla modifica dell'articolo 18 e alla riforma dei contratti è complice dell'organizzazione del lavoro più ingiusta di tutto l'Occidente come spiega un recente studio dell'Ocse. Un sistema dove ci sono i super garantiti (i dipendenti pubblici) che hanno diritto al posto a vita. I garantiti (i dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti), gli incerti (nelle aziende con meno di 15 dipendenti) e i poveracci che sono i giovani privi di lavoro e di prospettive perché costretti alla precarietà permanente.
Sostengono i sindacati e le forze di centro-sinistra: bisogna eliminare le figure atipiche e riportare tutto al contratto a tempo indeterminato come architrave del sistema. Tutto giusto nel cielo rarefatto dei principi. Poi c'è la realtà: come si fa a costringere un imprenditore ad assumere a tempo indeterminato essendo consapevole che rompere quel contratto sarà più complicato che annullare un matrimonio? Così ci saranno solo nuove ingiustizie e più precari. La riforma, per funzionare, deve avvenire nel segno della flessibilità. Il contratto a tempo indeterminato può diventare la regola a patto che la porta di uscita dal mercato sia spalancata tanto quanto quella di ingresso. Altrimenti non funzionerà e i sindacati si renderanno complici, ancora una volta, della guerra fra le generazioni. Favoriscono i padri a danno dei figli. Lo facevano bloccando la riforma delle pensioni. Continuano adesso mettendosi di traverso sul mercato di lavoro. I padri sono al coperto ben protetti dall'articolo 18. I figli all'aperto esposti al gelo di un futuro indefinibile. Una bella vergogna.
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