I Forconi puntati contro la Sicilia

La Sicilia - scriveva qualche giorno fa Sergio Romano sul Corriere della Sera - «ha uno statuto speciale e gode di un regime fiscale che consente ai suoi governanti di affrontare autonomamente almeno alcuni dei suoi problemi. Se questo non è accaduto le ragioni della protesta sono anzitutto locali». Il messaggio è chiaro. È il federalismo bellezza. Imparate a sbracciarvi e fate da soli. A dire il vero tra i fiumi di inchiostro che hanno accompagnato le intollerabili intemperanze di autotrasportatori ed agricoltori, l'oggetto della protesta ha trovato pochissimo spazio. Guardando più nel merito le ragioni del malcontento, ciò che emerge è l'assoluta urgenza di un vasto processo riformatore, specie rispetto ai problemi dell'agricoltura. Con riguardo infatti agli autotrasportatori siciliani è facile comprendere la insostenibilità degli aumenti galoppanti di carburanti, pedaggi autostradali e dei costi per l'attraversamento dello Stretto. Ma su questo la Regione Siciliana può poco.
Con riguardo invece agli agricoltori siciliani, la Regione può fare tanto. L'agricoltura è l'unico settore della nostra economia che ha una rilevanza nazionale. Il valore della produzione agricola siciliana è nell'ordine di 5 miliardi di euro all'anno; quasi il 10% dell'intero Paese. Un dato molto significativo, specie se consideriamo che il valore della produzione industriale siciliana rappresenta appena il 3% di quello nazionale.
Con questi numeri sarebbe lecito attendersi un sistema ben strutturato ed organizzato, mentre invece le criticità ed i limiti dell'agricoltura siciliana sono talmente diffusi da chiedersi come il sistema si regga in piedi. Intanto nessun altro settore dell'economia regionale conosce e subisce in maniera tanto intensa il fenomeno del lavoro in nero; l'Istat lo stima prossimo al cinquanta per cento. Alla fine sono poco più di 100.000 i lavoratori «ufficiali» dell’agricoltura siciliana, mentre paradossalmente le aziende agricole sono circa 200.000. Ma non è solo un problema di «nero».
Nella nostra Isola otto aziende agricole su dieci coltivano da uno a cinque ettari di superficie ciascuna. Numeri drammatici, solo che si consideri che un ettaro di terra genera prodotti che al mercato valgono appena 3.600 euro. Su 200.000 aziende siciliane soltanto l'1% coltiva più di 50 ettari di superficie ed appena il 3% ha lavoratori salariati (ufficiali!). E che dire dei giovani sempre meno presenti in agricoltura e dell'irrigazione sempre più assente? Sono pochissimi i lavoratori agricoli al di sotto dei 35 anni (4%), mentre le superfici agricole sono circa 300.000 ettari, rispetto a una superficie coltivabile di 1,3 milioni di ettari. Meno di un quarto del totale. Drammatico per una terra così siccitosa.
Nelle produzioni agricole biologiche la Sicilia, sarebbe una vera e propria corazzata, con le sue ottomila imprese e con 180.000 ettari coltivati appunto a biologico. Ma da queste enormi potenzialità le nostre aziende (agricole e di trasformazione) traggono molto poco. E qui cadiamo nel vecchio, permanente problema delle difficoltà commerciali. Nella nostra regione un'eccellente capacità di produrre si combina il più delle volte con una limitatissima capacità di vendere. Le stesse aziende agroalimentari siciliane, che pure danno lavoro a più di 30.000 dipendenti, si limitano spesso alla prima trasformazione, trattenendo per sé l'«osso» e lasciando la «polpa» alle imprese del Nord.
Che cosa servirebbe allora alla nostra agricoltura? Per fare il salto ci vorrebbe una riscrittura delle regole del settore, una legge di comparto, come si diceva. Servirebbe mettere mano ad una profonda riforma legislativa al fine di accrescere la dimensione media delle aziende agricole, combattere il lavoro nero, aumentare il tasso di meccanizzazione, introdurre nuove tecnologie, sviluppare aggressive politiche di marketing, raddoppiare le superfici irrigate, dare un forte impulso alle politiche commerciali, incentivare le produzioni di qualità (Dop, Igp, Doc, Igt) e favorire il ruolo dei giovani, sfruttando l'elevata percentuale di laureati già impegnati nell'agricoltura siciliana. Poi, dopo tutto questo, ci si potrebbe occupare anche dei costi crescenti dei carburanti e della loro incidenza sul costo finale di vendita.
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