Ricordando Borsellino e il suo invito alla cultura della legalità

Oggi il magistrato ucciso dalla mafia avrebbe compiuto 72 anni. Ecco le parole del sostituto procuratore della Dda e presidente della Fondazione che porta il suo nome

Oggi Paolo Borsellino avrebbe compiuto settantadue anni. A vent'anni dalla strage in cui morì, insieme ai suoi agenti di scorta, la Fondazione che porta il suo nome e quello di tutte le altre vittime innocenti della mafia, ha organizzato una giornata di studio, di dibattiti e di promozione culturale in linea con la sua azione ed il suo pensiero. La figura di Paolo Borsellino rimane una delle più alte e limpide espressioni della concreta incarnazione dei principi costituzionali di indipendenza e di imparzialità della funzione giurisdizionale, come emerge dal contesto e dalle circostanze specifiche in cui maturò la sua morte - ancora non del tutto accertate ma certamente oggi meno oscure che nel passato - ma anche dalla sua ricca e complessa storia personale e professionale. Paolo Borsellino non fu soltanto lo straordinario investigatore che, unitamente a Giovanni Falcone ed agli altri componenti del pool antimafia, rivoluzionò la strategia di contrasto all'organizzazione mafiosa ed al suo sistema di potere, rendendola finalmente efficace; come è documentato, tra le altre, da una intervista concessa il 26 gennaio 1991 a pochi mesi dall'omicidio di Rosario Livatino, seppe anche assumersi la responsabilità di denunziare all'opinione pubblica la situazione di perdurante paralisi dell'amministrazione della giustizia e di isolamento dei magistrati nel sud come anche nel resto del Paese, richiamando l'attenzione del Parlamento e del Governo sulla impossibilità di perseguire una reale riforma della giustizia attraverso provvedimenti singoli e disomogenei e sulla necessità invece di misure globali e strutturali. Con questo stesso spirito, la Fondazione, assieme al Dems dell'Università di Palermo, alla Cgil Nazionale ed al Centro «Pio La Torre», presenteranno l'Osservatorio nazionale sulla gestione, amministrazione e destinazione dei beni confiscati che si prefigge l'obiettivo di monitorare l'applicazione negli uffici giudiziari del Paese le disposizioni del nuovo codice antimafia allo scopo di formulare proposte legislative di modifica ed elaborare linee guida per rendere il più possibile omogenee le prassi locali non solo sul versante giudiziario ma anche su quello amministrativo e dell'animazione sociale. Dopo una stagione legislativa concentrata dalla maggioranza di governo sull'esaltazione mediatica dei numeri e dei dati statistici in materia di arresti o di sequestri di patrimoni è ora venuto il momento di porre ordine in una legislazione spesso irrazionale (che senso ha stabilire un termine perentorio complessivo di due anni e sei mesi entro cui definire i giudizi di primo e secondo grado sul sequestro correndo concretamente il rischio di vanificare l'efficacia di tutto il sistema delle misure di prevenzione antimafia?), talora contraddittoria (come si possono destinare alla collettività i beni confiscati se durante la procedura se ne dovrà liquidare il 70% del valore per soddisfare i creditori di buona fede?) ma soprattutto deficitaria (perché non è stato introdotto l'autoriciclaggio? perché non è stato modificato il reato di scambio elettorale politico-mafioso? perché non è stato previsto l'accesso alla Banca dati antimafia alle Procure distrettuali? perché non è stato recepito il riconoscimento delle decisioni di confisca in ambito europeo e perché non è stata ancora reperita la convenzione europea sulla corruzione del 1999?). L'Osservatorio ha invitato i ministri della Giustizia e dell'Interno, il direttore dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati, magistrati, amministratori giudiziari ed operatori per discutere e confrontarsi su questi ed altri temi connessi e trovare soluzioni per rendere più efficace il contrasto giudiziario alla criminalità mafiosa. Come lo fu Borsellino, anche la Fondazione inoltre è pienamente consapevole che la lotta alla mafia non può esaurirsi in una «distaccata opera di repressione» ma che occorre «un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolga tutti», ed a questo scopo lavora da anni per ristabilire, attraverso la correttezza del linguaggio comunicativo, una autentica cultura della legalità e promuovere una vera e propria pedagogia della cittadinanza attiva mediante la realizzazione di percorsi didattici ed educativi destinati alle scuole, comprese quelle carcerarie, di video sui temi di stretta attualità, di brani musicali ed anche di giochi in modo da raggiungere il più ampio numero di cittadini ed invitarli ad approfondire la conoscenza dei fenomeni criminali del nostro tempo. Oggi Borsellino avrebbe festeggiato i suoi 72 anni circondato dall'affetto della sua famiglia e dei suoi amici più intimi; alle forze sane della società e delle Istituzioni rimane una enorme responsabilità: sapere opporre la «bellezza del fresco profumo della libertà» al «puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» come egli seppe fare tenacemente e fieramente per tutta la vita.
*Sostituto procuratore della Dda e presidente della Fondazione «Progetto Legalità in nome di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia».

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