Costa, tra i superstiti 2 pronipoti di vittima del Titanic

Il prozio di Valentina Capuano, trent'anni, originaria di Avellino, morì nell'Atlantico. Si è salvata sulla Concordia col fratello e il fidanzato: "E' stato un inferno"

NAPOLI. Quante volte da bambina aveva ascoltato quella storia. E quante volte, sui racconti di nonna Maria, aveva provato a immaginare quella enorme nave che a inizio Novecento si inabissava in pieno Atlantico portando con sé il prozio Giovanni. Chi lo avrebbe mai detto a Valentina Capuano, trent'anni, originaria di Avellino, che un secolo dopo avrebbe vissuto un'esperienza simile.
C'è anche lei, infatti, tra i superstiti della Costa Concordia, la nave da crociera naufragata al largo dell'Isola del Giglio (Grosseto) il cui destino somiglia proprio a quello del Titanic. Un secolo prima, la sorte fu meno clemente con il suo parente. Figlio di un'altra Italia, raccontava nonna Maria. A venticinque anni era emigrato a Londra in cerca di fortuna. Poi si era imbarcato come cameriere sul Titanic per raggiungere l'America dove però non arrivò mai.
Oggi invece sono vivi per miracolo i pronipoti: Valentina con il compagno e il fratello Alessandro con la fidanzata scampati alla tragedia perché, temerari al punto giusto, hanno disobbedito ai confusi ordini del personale di bordo. "Abbiamo sentito due boati - racconta all'ANSA Valentina - Eravamo ancora nelle cabine, ci stavamo preparando per la cena. Dopo il primo rumore siamo usciti, ma il personale di bordo ci ha ordinato di rientrare, di chiuderci dentro e di aspettare perché si trattava solo di un guasto tecnico che si sarebbe risolto in poco tempo. Per fortuna abbiamo contravvenuto ai loro ordini e siamo scappati subito sul ponte". Ma lì la situazione era ancora più drammatica. Valentina ricorda le grida e davanti agli occhi ha ancora le immagini di disperazione dei più deboli: anziani, bambini, una donna su una sedia a rotelle. Per loro, più degli altri, mancava ogni appiglio su quella nave che lentamente si inclinava e immergeva un fianco nel mare nero.
"Nessun aiuto dal personale - racconta - e il comandante non si è mai visto. L'ultimo ricordo che ho di lui è al cocktail di benvenuto a Civitavecchia. Gli altoparlanti, intanto, continuavano a ripetere di stare tranquilli e che tutto si sarebbe risolto in pochi minuti". E invece non è andata così. La Concordia ha continuato a piegarsi, con i suoi passeggeri accalcati attorno alle scialuppe di salvataggio. Tutto buio attorno. Mancavano anche i salvagente, racconta Valentina. Così, mentre le pareti della nave diventavano il soffitto, per il fratello e per il compagno è cominciata una corsa a ritroso, contro la forza di gravità, per recuperarne quattro in cabina. "Le scialuppe erano bloccate per via della ruggine - racconta la superstite - un marinaio asiatico più terrorizzato di noi ne ha liberata una a colpi di accetta. E mentre scendevamo dal fianco della nave abbiamo sbattuto più volte contro lo scafo. E' stato davvero infernale".
L'inferno dei fratelli Capuano finisce due ore dopo nell'abbraccio degli abitanti dell'Isola del Giglio, i primi a soccorrerli con abiti e coperte. Per Valentina ora restano gli incubi e un'angoscia che ancora fatica ad andar via. E una brutta storia che forse un giorno racconterà ai suoi nipotini.

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