Slittano i contributi, tensione Confindustria-Regione

«Si pensa sempre ai precari, e i loro problemi vengono risolti con priorità. Per le imprese solo rinvii» ha commentato il presidente degli industriali palermitani Alessandro Albanese. La norma che avrebbe aumentato i fondi per gli sconti fiscali agli imprenditori che investono è stata impugnata dal Commissario dello Stato per mancanza di copertura finanziaria

PALERMO. Slittano ad aprile i contributi alle imprese. E subito tornano tesi i rapporti fra Confindustria e governo regionale: «Si pensa sempre ai precari, e i loro problemi vengono risolti con priorità. Per le imprese solo rinvii» ha commentato ieri il presidente degli industriali palermitani Alessandro Albanese.



La norma che avrebbe aumentato i fondi per gli sconti fiscali agli imprenditori che investono è stata impugnata dal Commissario dello Stato, Carmelo Aronica, per mancanza di copertura finanziaria. E a questo punto all’assessore all’Economia, Gaetano Armao, non resta che rinviare il tema al momento dell’approvazione del bilancio, cioè ad aprile: «Noi vogliamo dare alle imprese risposte certe. Ma è chiaro che operazioni economiche così importanti adesso dovranno essere trattate in Finanziaria». Armao teme che la Regione possa finire in un vicolo cieco: «Il vero problema ruota tutto intorno alla mancata applicazione del federalismo fiscale in Sicilia. In mancanza dell’autonomia finanziaria non si possono prendere decisioni definitive. Ma l’impressione è che siamo ancora lontani da questo traguardo. Basti pensare che il governo Monti non ha ancora nominato i membri della commissione che dovrà elaborare l’accordo fra Stato e Regione».



In piena emergenza finanziaria la Regione è riuscita a salvare solo i contratti - per ora trimestrali - di circa 700 precari storici. La norma, approvata insieme al credito di imposta, ha superato l’esame del Commissario dello Stato. «Per i contratti i soldi sono stati trovati - commenta Albanese - e questo ci amareggia. Non vogliamo attivare una guerra fra poveri. Ma resta il fatto che non si riesce mai a investire sul mondo imprenditoriale, l’unico che darebbe veramente sviluppo e perfino nuove entrate in termini di incassi fiscali. I soldi sicuri evidentemente hanno altre destinazioni. Credo sia arrivato il momento di fare pulizia nel bilancio e capire realmente quali risorse sono disponibili per lo sviluppo». Confindustria aveva spinto molto per il rifinanziamento del credito di imposta. I primi 120 milioni, a novembre, erano stati insufficienti a finanziare tutte l 905 domande. I 70 stanziati con la legge appena impugnata avrebbero permesso di scorrere quasi fino in fondo la graduatoria.



Il presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello, non ha voluto commentare lo stop. Un silenzio indispettito. Albanese prova invece a spingere ancora il governo: «La necessità di tornare a votare una legge sul credito di imposta può permettere di apportare qualche correttivo anche ai paletti per ottenere gli sconti fiscali. La prima tranche di finanziamenti è andata per lo più a microimprese. E questo limita un po’ la portata dello sviluppo che si può generare. Sarebbe meglio alzare il limite minimo di investimenti che è obbligatorio fare per poter ottenere il credito di imposta. Io penso che si debba partire da almeno 250 mila euro».



Armao assicura che i fondi per le imprese verranno trovati. Ma intanto anticipa che la Regione vuole andare avanti e difendere la norma che prevedeva la stabilizzazione dei precari, anche questa impugnata una decina di giorni fa dal Commissario dello Stato. Il testo verrà riapprovato e, dopo la prevedibile conferma dell’impugnativa, il governo tenterà di vincere la partita davanti alla Corte costituzionale.
È un braccio di ferro che preoccupa però perfino i sindacati. Anche la Uil, con Claudio Barone, teme che la sottrazione di risorse alle imprese possa penalizzare in definitiva il mercato del lavoro: «È gravissimo il fatto che siano saltati i finanziamenti per il credito d'imposta, indispensabili a favorire investimenti da parte delle imprese e posti di lavoro. Così legiferando non si è incentivato nemmeno lo sviluppo».

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