Palermo, città illegale?

Un mercatino rionale in cui si regolamentano gli stalli dei venditori, salvo poi ignorare gli abusivi che li circondano e di fatto si conquistano il meglio in quanto a spazi e clienti. Gazebo che spuntano come funghi davanti a bar e pizzerie, dilagando su strade e marciapiedi, salvati da una moratoria mentre si litiga sulle norme da applicare. Isole pedonali istituite senza i necessari controlli ai varchi e di fatto mandate al fallimento. Vecchi ruderi certificati come abusivi, ma lasciati in mano a chi ne fa base per i propri illeciti affari. La «Palermo degli abusi», per dirla con le parole del capo degli industriali Alessandro Albanese, scopre un re ormai nudo. Perché un’amministrazione che decide (qualche volta), ma non gestisce (quasi mai) gli effetti delle sue stesse decisioni, non fa che concimare il terreno dell’illegalità diffusa. Imporre regole in linea teorica corrette ma poi non farle rispettare, significa trasformarle in beffardi soprusi per chi ha la sventura di esserne «vittima» (è il caso di dirlo). Abbiamo sempre creduto in un controllo capillare del territorio come antidoto efficace contro gli abusi. Basti pensare alle campagne per il videocontrollo contro le discariche o nelle scuole. Le risposte sono state spesso tiepide. Così come le sinergie fra chi amministra e chi si occupa di ordine pubblico. Che vanno invece rilanciate. Se non si vuole che rispettare le regole debba significare subirne un danno.

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