Una crisi da vincere

Abbiamo a lungo vissuto al di sopra delle nostre risorse. Siamo al terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza economia del mondo. I nodi sono venuti al pettine. Possa questo 2012 che arriva aprire il tempo delle riforme per un benessere vero

Le feste hanno nella crisi il loro simbolo. Nelle strade dello shopping muovono folle che passeggiano davanti ai negozi semivuoti. Il nostro istituto di statistica documenta record negativi. Dove si rincorrono termini come «crollo» e «povertà». Ma non viviamo ancora né crolli né povertà. Siamo invece a un benessere che ha frenato la sua corsa. Suscitando ovunque paura e incertezza. Il futuro dei ventenni di 20-30 anni fa era roseo. Aperto a prospettive di lavoro certo e di carriere. Anche al sogno. Il futuro di chi ha oggi 20 e 30 anni è invece tra le nubi che restano grigie e chiuse. Di questo deve parlarsi.
Abbiamo a lungo vissuto al di sopra delle nostre risorse. Siamo al terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza economia del mondo. I nodi sono venuti al pettine. Stiamo pagando il conto. Davanti alla crisi la politica è apparsa impreparata. Impegnata in contrasti fino alla rissa su temi lontani dalle questioni reali. Per questo è arrivato il governo guidato da Mario Monti. Un presidente «preside» e tanti ministri professori. Ha mosso i primi passi con i tempi che l’emergenza richiedeva. Le borse bruciavano miliardi. Gli interessi sui nostri titoli pubblici erano in fiamme. Bisognava spegnere il fuoco. Riconquistare la fiducia dell’Europa e dell’Occidente che sempre più diffidavano di noi. Si è dovuto fare in dieci giorni quel che non si era fatto negli anni precedenti. Risultati importanti, se pur parziali, si sono avuti. Ma si è ancora dentro la crisi. Non fuori. Per uscirne la strada resta in salita. Ma si può far poco se non si coglie il senso delle cose. Questa manovra, tra tasse e tagli di spesa (le prime largamente superiori ai secondi), riduce le economie di tutti, famiglie e imprese. rovoca recessione. È vero. Ma non c'è manovra sui conti pubblici che non la provochi. L'alternativa non era tra recessione e crescita possibile. Ma tra una recessione controllata e una recessione esplosiva e incontrollabile. Dal bisturi sulle pensioni si sarebbe dovuti passare all'accetta su risparmi, stipendi e salari. Certo nel distribuire pesi e sacrifici si poteva realizzare un maggiore equilibrio. Ma non è vero che colpisce i «soliti noti», ossia le fasce a reddito medio e basso. Lo dimostra uno studio degli artigiani di Mestre.
Considerando tre tipi di super ricchi, con redditi che vanno dai 200 mila euro ai 500 mila, si arriva a un peso fiscale che va dai 9 mila euro a più di 21 mila euro l'anno. Sembra poco? Non è vero, poi, che la manovra non contiene misure per la crescita. Lo smentisce proprio il direttore generale degli imprenditori di Confindustria nell'intervista di qualche giorno fa a questo giornale. Perché favorisce la solidità patrimoniale delle piccole industrie, sposta il peso del fisco meno sulle imprese e le famiglie e più su patrimoni e consumi. Cerca di favorire le assunzioni di donne e di giovani che sono più colpiti dal dramma di una disoccupazione crescente.
Tra tante non verità o verità relative c'è invece una verità assoluta. Il nostro Paese non cresce. Da quindici anni. Attrae meno degli altri imprese e capitali stranieri. Spinge più degli altri imprese e capitali a cercare spazio altrove. Perché questo accade? In quale Paese vogliamo vivere in futuro? Nessuno a parole vuol stare fuori dall'Occidente e dall'Europa ma le politiche che finora hanno prevalso ci portano fuori dall'Occidente e dall'Europa. Nei paesi prosperi protagoniste della crescita e dello sviluppo sono le imprese private. Non lo Stato. Ma in Italia per gli imprenditori il clima è pessimo.
La Banca mondiale ha misurato la facilità di fare impresa nei diversi Paesi del mondo. Noi siamo in fase di peggioramento. Eravamo 83esimi l'anno scorso. Precipitiamo all'87esimo posto quest'anno. Pur essendo la terza economia dell'area dell'euro le nostre politiche risultano meno «amichevoli» verso gli industriali di quanto non sia in Mongolia e Zambia. Ci sta bene tutto questo?
Nel '94 Berlusconi, con la sua Forza Italia, conquistava il potere con lo slogan «più mercato, meno Stato». I risultati, sotto questo profilo, sono stati al di sotto delle promesse.
Per noi quell'obiettivo era giusto ieri e deve essere centrale oggi. Del resto se vogliamo essere europei, e tutti dicono di volerlo, non possiamo essere insensibili a ciò che l'Europa ci chiede con la famosa lettera della Bce. Misure precise, non chiacchiere. Ossia meno spesa per pensioni, assunzioni e licenziamenti più scorrevoli nelle fabbriche, liberalizzazioni nelle professioni e nel lavoro, minor costo del personale pubblico, maggiori attività statali trasferite ai privati. Si vuole stare con l'Europa oppure no? L'ultimo governo Berlusconi rispondeva di sì. Ma perdeva la maggioranza in Parlamento.
Ci prova ora l'esecutivo guidato da Mario Monti. Che giovedì scorso ha presentato il suo programma «Cresci Italia» annunciando un piano vasto di liberalizzazioni (dalle professioni ai trasporti al mercato del lavoro) e misure in grado di dare stimoli ad una economia stagnante. Non si può che sostenere il suo sforzo. Ma chi lo sosterrà?
Si è qui al punto cruciale dell'anno che si apre. Abbiamo chiamato, in un precedente editoriale, questo esecutivo un «governo dei miracoli», perché è sostenuto dalle due forze politiche maggiori che fino a pochi giorni prima si combattevano con una asprezza difficilmente compatibile con lo spirito di democrazia. Consapevoli l'una e l'altra dell'incapacità reciproca di trovare alternative, davanti alla burrasca dei mercati, sotto la spinta lodevole del Capo dello Stato hanno deciso un passo indietro favorendo l'avvento del governo Monti. Decisione encomiabile. Ma ora, davanti alle scelte concrete, vorranno sostenere gli sforzi di questo esecutivo? Vorranno farlo guardando più all'interesse generale e meno a quello elettorale, ben sapendo che ogni successo elettorale è più che precario in un Paese ad un passo dal baratro?
Questo è il problema oggi. Non altro. Certo, nessuno dei due partiti può non tenere conto del proprio popolo. Deve rendere visibile la distinzione tra i provvedimenti che per necessità è costretto a sostenere in Parlamento e quelli che varerebbe se fosse alla guida del governo. Ma non si può cadere nell'eccesso opposto. Ossia sostenere l'esecutivo guidato da Mario Monti dentro il Parlamento svolgendo il ruolo proprio di una maggioranza e poi dissociarsene fuori come se fosse all'opposizione. Sarebbe fuorviante e poco serio. Impedirebbe quella coesione che il capo dello Stato giustamente richiede.
C'è poi un altro punto cruciale. Un governo non può fare da solo senza il sostegno dei partiti e del Parlamento. Ma in una democrazia articolata come la nostra gli uni e gli altri possono ben poco senza il sostegno pieno dei grandi sindacati e degli enti locali. I primi non possono ritenere «intoccabile» il mercato del lavoro. Ci sono rigidità sconosciute in occidente che indeboliscono le imprese e impediscono l'accesso ai giovani. I secondi non possono perseverare nei vizi della spesa pubblica e nel finanziamento degli sprechi che distruggono irresponsabilmente risorse destinabili allo sviluppo. Il che vale, in maggior misura, per regioni come la nostra che chiude l'anno spendendo in assunzioni e stabilizzazioni, consulenze e contributi mentre l'assessore all'economia è in affanno perché gli mancano quasi due miliardi che non trova per far quadrare i conti in bilancio.
Dobbiamo cambiare tutti. E dobbiamo cambiare molto. Anche perché, come ha detto Mario Monti nella conferenza stampa di giovedì, vivendo nel debito e inseguendo tutele e privilegi, abbiamo creato una «apparenza di benessere». Scaricando onde sempre più alte sulle generazioni future. Possa questo 2012 che arriva aprire il tempo delle riforme per un benessere vero. Buon anno.


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