Stop a modifiche sull'articolo 18, ma una riforma è indispensabile

Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare: così scriveva Manzoni su don Abbondio a proposito delle minacce di don Rodrigo nei Promessi Sposi. Il compito di vestire i panni del pavido curato tocca a Elsa Fornero, ministro del Welfare. Non ha resistito alle minacce dei tanti don Rodrigo che affollano la scena politica e sociale. La riforma del diritto del lavoro attraverso la modifica dell’articolo 18 sembra tornata in soffitta. Il ministro ci aveva provato domenica annunciando che stava riflettendo sulla sua abolizione. «Un totem» che aveva fatto il suo tempo. Impedisce, infatti, i licenziamenti senza giusta causa. Vuol dire che un’azienda, a fronte di inciampi di mercato, è ingessata. La riduzione dei costi è permessa con molta lentezza mentre, come ben sappiamo, l’avvitamento del fatturato può essere improvviso.
I don Rodrigo che hanno usato la loro arroganza contro il ministro sono stati tanti. Dapprima Susanna Camusso, segretario della Cgil. Poi i colleghi Bonanni e Angeletti. Infine il segretario del Pd, Pierluigi Bersani secondo il quale sarebbe «da matti toccare adesso l’articolo 18». A nulla è servito l’incoraggiamento di Giorgio Napolitano che, nei confronti di questo governo, sempre più assume atteggiamenti nobili come quelli del Cardinale Federico Borromeo nell’epopea manzoniana. Il ministro Fornero, come don Abbondio, ha avuto paura. Ha fatto macchina indietro. Ha smentito se stessa. Ha detto di essere caduta in una trappola. Chi gliel’ha messa fra i piedi? I giornalisti, ovviamente. I «bravacci» del Corriere della Sera. Che dire? Che anche i ministri tecnici, in pochi giorni, stanno assumendo i caratteri tipici di quella classe politica che erano stati chiamati a rimpiazzare. Il copione è lo stesso: cose dette e subito smentite. Gesti da melodramma come le lacrime in diretta tv. Totale subalternità ai sindacati e incapacità di superare i paletti dei partiti. Per offrire uno spettacolo così modesto non servivano emeriti docenti della migliori università italiane. Bastava un qualunque uomo politico della Prima e della Seconda Repubblica. E soprattutto: che penseranno adesso pensionati e pensionandi? Per il momento gran parte del risanamento del Paese cade sulle loro spalle. Non sono certo le più robuste. Ma senza liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro continuerà ad essere così.

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