Manovra, e i siciliani pagano

La stangata del governo Monti colpirà in Sicilia in maniera più dolorosa che altrove. Il finanziamento della sanità, infatti, imporrà i suoi prezzi. La manovra fiscale varata domenica renderà indispensabile un aggiustamento sul fronte delle imposte. Da un lato i tagli dei trasferimenti statali. Dall'altro l'alleggerimento dell'Irap che darà beneficio alle imprese. Per compensarli la Regione ha pensato a un inasprimento della maggiorazione Irpef a carico dei cittadini. Per non parlare, ovviamente dei ticket.
Nessuno nega i passi avanti fatti negli ultimi tre anni nel campo della spesa sanitaria. Resta il fatto che la salute in Sicilia è ancora un'emergenza. Almeno sul fronte dei conti. Il sistema resta molto pesante e costoso e fronte di un servizio non sempre efficiente (Non a caso il primo aereo per Milano resta, nella considerazione nazionalpopolare, il miglior medico siciliano).
La classe politica siciliana, dal punto di vista dell'austerity, sembra veramente composta da marziani. Mentre il resto del Paese è chiamato a fare sacrifici a Palazzo dei Normanni tutto continua come prima. Altro che l'orchestra del Titanic. Qui sembra di essere ancora in piena Belle Epoque. Così anche i risparmi più semplici diventano impossibili. Perché continuare a sponsorizzare associazioni più o meno inventate? E i congressi o i convegni delle organizzazioni amiche? Per non parlare dei consulenti, naturalmente. Tutto superfluo se non per alimentare un po' di clientela. Solo una domanda: per quale ragione i politici siciliani devono farsi la campagna elettorale mettendo i costi sulle spalle della collettività?
Sembra davvero vivere in un altro mondo. Il governo Monti ha dovuto utilizzare uno stratagemma per depotenziare le province e abbatterne il costo. In Sicilia basterebbe una legge ordinaria votata dall'Ars per cancellarle. Eppure non si trova mai una maggioranza disposta al voto. E le pensioni? In tutto il resto dell'Italia, isole comprese, stanno ormai per diventare un miraggio lontano. Tranne che per i dipendenti della Regione Sicilia che, unici, possono ancora lasciare il servizio dopo appena vent'anni per le donne e venticinque per gli uomini grazie all'uso spregiudicato della legge 104. E che dire dei seimila regionali che manterranno il più vantaggioso sistema contributivo. Privilegi ingiustificabili che, alla luce di quanto accade in questi giorni, appaiono odiosi.

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