Il Pdl e la compattezza che si è dissolta

Quando nel 2008 il centrodestra vinse le elezioni generali si disse, a ragione, che era dai tempi del centrismo degasperiano che non si vedeva una maggioranza così netta chiara e forte. Negli ultimi tempi quell’immagine di forza e di compattezza si è dissolta per effetto di cause diverse, non esclusa l’incapacità dei dirigenti di ritrovare un minimo di coesione in un partito nato sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal discorso del predellino di Berlusconi. Di quei giorni fervidi non resta quasi il ricordo, a causa delle defezioni (continue negli ultimi tempi). Cominciamo dalle defezioni più cospicue. Ci fu la rottura con Pierferdinando Casini (allergico come Follini trasmigrato nel Pd alla monarchia di Arcore). Qualche mese fa c’è stata la rottura con Gianfranco Fini e questo ha dato adito a parecchi di ipotizzare la nascita di un terzo polo centrista che si opponesse insieme a Berlusconi e al bipolarismo così come lo abbiamo conosciuto. Quasi una maledizione legata al ruolo di presidente della Camera. Berlusconi è sempre stato un grande ammaliatore ma i suoi incontri con Fini non hanno avuto alcun risultato. Il Pdl ha pagato il presunto asse preferenziale con la Lega e la “dittatura” economica di Giulio Tremonti. Ma gli argomenti politici non bastano da soli a spiegare lo sfarinamento del Pdl, bisogna anche tener presente il clima del Paese, turbato dal gossip pesante e invasivo ai danni del presidente del Consiglio e dagli attacchi mediatico-giudiziari sferrati ai danni di Berlusconi senza risparmio di colpi. Tutto questo ha contribuito a diffondere la sensazione che il tempo dell’uomo di Arcore fosse ormai scaduto. La verità è che questo ritornello scandito dalle opposizioni ha toccato anche parlamentari del Pdl, ne ha ammorbidito la grinta e la speranza di marciare, con successo, sulla strada segnata all’inizio dell’avventura Partito delle libertà. Questa situazione ha fatto sì che i progetti grandiosi di riforme, che avrebbero dovuto ammodernare il Paese, sono rimasti sulla carta. Si pensi alla giustizia, alla rottura dei lacci che imbrigliano il mondo del lavoro, alla riduzione del costo della politica. Va detto che, seguendo le esortazioni del Capo dello Stato il Pdl ha formalmente cercato soluzioni condivise. Le opposizioni lungi dal praticare il confronto e la collaborazione (pur nella differenziazione dei ruoli hanno eretto contro ogni proposta il muro del no). Ma va anche detto che le aperture del Pdl non sono mai state piene e convincenti. Le relazioni fra i due schieramenti si sono risolte in un battibecco continuo puntiglioso e inconcludente basato su battute cattive e sulla delegittimazione senza tregua dell’avversario. Ed è per questo che prima dell’avvento di Monti sia la destra sia la sinistra sono state giudicate dal Capo dello Stato inadeguate al momento e alle necessità del Paese. Veniamo alla crisi globale. Le prime mosse di Berlusconi e Tremonti sono state positive, approvate sia dalle autorità europee che dagli organismi internazionali. Si sono messi al sicuro i conti pubblici, stendendo una rete di protezione per le banche e i risparmiatori. La politica dei tagli voluta da Tremonti è stata più indiscriminata e pesante di quanto si pensasse. Nel Paese è cresciuto il numero degli scontenti e le loro proteste possono aver scosso anche qualche esponente del Pdl. Si è fatto carico a Berlusconi di non aver moderato e guidato Giulio Tremonti. Gli interventi per la ripresa, poi sono stati ritenuti insufficienti. Il piano casa, cui ilpremier attribuiva una particolare rilevanza non è mai decollato. Sul piano fiscale è stata considerata non mantenuta la promessa di un alleggerimento delle tasse. Il governo ha defiscalizzato gli straordinari e le gratifiche per merito concesse agli operai, ma per il ceto medio in genere non c’è stato alcun intervento. Anche questo è servito ad aumentare lo scontento nel Paese e a scuotere la saldezza di qualche esponente del Pdl. Questo sommario bilancio spiega perché il centrodestra abbia perduto consensi e chiarisce come si sia preparato l’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi. A giocare a favore dell’economista sono state, l’abbiamo già detto, le mancanze di entrambi gli schieramenti, irrigiditi in una lite continua senza soluzioni e senza prospettive. Sia Bersani che Berlusconi (il quale ha lanciato alla guida del Pdl Angelino Alfano) hanno augurato un buon lavoro a Monti assicurando la loro leale collaborazione per i punti “accettabili” del suo programma. Ma le strade del Pdl e del Pd sono destinate a diversificarsi sulla manovra in gestazione. Il Pd non accetta, sostenuto dalla sinistra radicale e dai sindacati, l’innalzamento a quaranta anni di contributi necessari per poter andare in pensione. Così come non accetta modifiche sostanziali allo Statuto dei lavoratori. Il Pdl sostiene tutte le norme per la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma si oppone (Berlusconi lo ha già annunziato) alla patrimoniale e alla revisione della legge elettorale che ha garantito finora il nostro bipolarismo. È evidente che il consenso dell’Europa e di molti organi di informazione nostrani non basterà a Monti per realizzare la sua manovra. Nel nostro sistema ha sempre un peso rilevante la fiducia del Parlamento e sarebbe singolare se il programma di Monti giungesse alla meta dimezzato o monco. Sia la destra che la sinistra si preparano alla prossima campagna elettorale che sarà dura e lunga e della quale sentiremo presto le avvisaglie. Di là dei numeri le prospettive dell’Italia non sono rosee, anche se i mercati finanziari mostrano qualche timido segnale di ripresa. Finora siamo ai giudizi sulla politica degli annunci, bisognerà vedere se la politica reale resisterà al vaglio degli osservatori che contano.

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