Sicilia, Cronaca

Mafia, decapitati i clan di Palermo

PALERMO. Per parlare di soldi e potere, secondo tradizione, hanno scelto un ristorante. Quindici boss - vecchi padrini e capi emergenti - si sono ritrovati seduti insieme attorno a un tavolo come da anni non accadeva. Un summit vero, "spiato" a distanza dalle forze dell'ordine che tenevano d'occhio i vertici dei clan che contano a Palermo. A Villa Pensabene, nel quartiere Zen, Cosa nostra, divisa da frizioni interne e orfana di un leader carismatico in grado di comporne le varie anime, ha cercato di ricompattarsi ricostituendo quella Cupola che per anni ne ha garantito la  sopravvivenza.
Un tentativo "intercettato" dagli investigatori che hanno decapitato i clan di San Lorenzo-Tommaso Natale, Boccadifalco e Brancaccio dando vita a un'operazione congiunta che, mettendo insieme vari tasselli d'indagine, ha ricostruito il puzzle degli organigrammi mafiosi cittadini. Trentasette i provvedimenti di fermo che dovranno essere convalidati dal gip. In realtà quello che i boss si son detti nel lungo pranzo di Villa Pensabene gli inquirenti l'hanno saputo in differita. Non avendo potuto piazzare le microspie nel locale si sono dovuti "affidare" a Cesare Lupo, reggente del mandamento di Brancaccio e uomo di fiducia dei boss Filippo e Giuseppe Graviano, padroni incontrastati del quartiere dalle celle in cui scontano decine di ergastoli al 41 bis. E Lupo, in un'auto zeppa di cimici, ha raccontato i particolari del summit appena concluso, non tacendo le tensioni emerse tra i partecipanti. E ironizzando sulla presenza di tutte le più alte cariche mafiose di Palermo: Giulio Caporrimo, boss di San Lorenzo da poco scarcerato, gli uomini di Brancaccio, ben quattro esponenti del clan dei cosiddetti scappati, i perdenti della seconda guerra di mafia esiliati su ordine di Riina recentemente 'sdoganati' e tornati al vertice del mandamento di Passo di Rigano. "Eravamo qualche quindici... il botto forte era se riuscivano ad entrare gli sbirri ci consumano per sempre", scherza Lupo.   
E il "botto" alla fine c'é stato. Il summit è stato fatto concludere. I boss sono tornati ai loro affari - estorsioni a tappeto e  traffici di droga - credendo di averla fatta franca. Ma gli inquirenti grazie alle intercettazioni, ai pentiti e a mesi di indagini hanno inchiodato capi e gregari e impedito attentati e intimidazioni in preparazione. In cella sono finiti vecchi capi come Giulio Caporrimo, re di San Lorenzo dopo l'arresto dei Lo Piccolo e dell'architetto-boss Giuseppe Liga.  
Un mafioso con la passione per il calcio - si faceva regalare biglietti omaggio per assistere al "suo" Palermo e pretendeva di decidere a quali 'famiglie' assegnare i tagliandi omaggio -, con la mira di guadagnare sugli affari del presidente rosanero Maurizio Zamparini mettendo le mani sugli appalti per la realizzazione del nuovo stadio e sulla gestione dell'ipermercato che l'imprenditore friulano costruirà allo Zen.
E noto è anche il nome di chi comanda a Brancaccio. I fratelli Graviano dal carcere, con l'aiuto della sorella Nunzia. Libera dopo una condanna per mafia era tanto potente da costringere un mafioso del quartiere ad andare a Roma in auto in giornata a portarle il denaro della cosca. E storici padrini si trovano anche al comando del mandamento di Passo di Rigano dove almeno due dei quattro boss fermati - Giovanni Bosco e Ignazio Mannino - "militavano" nella cosca sconfitta dai corleonesi, da poco rientrati dagli Usa.
Come in ogni inchiesta di mafia, anche in questa, non poteva mancare il capitolo delle estorsioni: pagano tutti a Palermo, anche se, stavolta, qualche commerciante ha avuto il coraggio di denunciare.

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