Sicilia, Economia

Fiat dice addio a Termini: rabbia e dolore tra gli operai

La sirena che alle 22 ha segnalato lal fine del turno ha messo anche il punto su una storia lunga 41 anni. La speranza dei lavoratori del lingotto è riposta sull'azienda di Massimo Di Risio con il quale è aperta la trattativa

TERMINI IMERESE. E' finita. La Fiat non assembla più auto a Termini Imerese. Ora i 1.536 lavoratori del Lingotto e gli altri 700 delle ditte dell'indotto saranno in cassa integrazione fino al 31 dicembre. Per quella data il Lingotto avrà già svuotato le linee e abbandonato la Sicilia. L'incubo della chiusura, che per tanti anni ha tenuto col fiato sospeso gli operai, è ormai diventato realtà. La sirena che alle 22 ha segnalato il fine turno mette anche il punto su una storia lunga 41 anni, segnata dal boom della Cinquecento e della Panda ma anche da grandi battaglie sindacali, a volte aspre. La speranza, in questo momento, si chiama Dr Motor. La trattativa con l'azienda dell'imprenditore Massimo Di Risio è ancora aperta e per chiuderla i sindacati hanno chiesto a Fiat di applicare le stesse regole adottate per gli altri stabilimento del gruppo: concedere gli incentivi per accompagnare alla pensione i lavoratori, nel caso di Termini Imerese 700 persone. Uno scoglio che rischia di far saltare tutto. Ma questo è il domani.   
Ieri, la mente di tutti gli operai era rivolta all'ultimo giorno di lavoro in Fiat. Nei volti scuri e nelle voci tremanti dei lavoratori, anziani e giovani, c'era il timbro di una giornata vissuta al culmine delle emozioni. Disperazione, rabbia, gioia per i ricordi più belli e tristezza per dover abbandonare la fabbrica, una seconda casa per i più "vecchi".   
Alle 5.30, davanti i cancelli sembra una processione funebre. Capo chino e poca voglia di parlare gli operai varcano i cancelli in un'atmosfera mesta, mentre da una piccola stanza filtrano le luci di un presepe, simbolo del Natale più amaro per i lavoratori, costretti a togliersi di dosso la tuta blu. "Non c'é più futuro, non c'é niente - si dispera Francesco Li Greci, operaio per 34 anni in catena di montaggio -. Provo una strana sensazione, entro in Fiat per l'ultima volta. Mi sento rabbia in corpo". Molti lavoratori hanno lo sguardo perso nei propri pensieri. "Dopo 35 anni di lavoro, abbiamo fatto la fine del topo", sbotta un altro operaio, mentre altri ancora sfilano via in silenzio. "Il signor Marchionne non sa il danno che ha fatto - sussurra un lavoratore - Cosa facciamo con le nostre famiglie? Chi darà lavoro a gente con 53 o 54 anni?". Rispetto a nove anni fa quando per lottare contro la chiusura della fabbrica gli operai trascorsero il Natale davanti ai cancelli, quest'anno sarà un 25 dicembre ancora più amaro. E le parole di don Ciccio Anfuso, parroco di Termini Imerese, rivolte agli operai nella loro ultima assemblea davanti ai cancelli, sono inequivocabili: "Un uomo senza lavoro e un uomo senza dignità perché non può sostenere la propria famiglia". Poi ricorda "quando Agnelli si affacciava dalla 'tunnaredda', a Termini Imerese, e diceva che era bellissima". "Hanno sfruttato, sedotto e abbandonato questa terra - tuona il parroco - Si sono innamorati di questo luogo e adesso che non c'é più niente da spremere vanno via".   
C'é tanta rabbia per come sono andate le cose: proprio per questo motivo da stasera gruppi di operai faranno i picchetti davanti la fabbrica per impedire l'uscita degli autoarticolati con le nuove vetture; la protesta dovrebbe andare avanti fino al 30 novembre, giorno in cui è prevista una nuova riunione al ministero dello Sviluppo per tentare di chiudere l'accordo con la Fiat e la Dr Motor, che in base agli impegni assunti, quando sarà a regime, cioé nel 2016, assorbirà 1.312 persone. Il pensiero, però, è sempre rivolto a Fiat. "Ci hanno trattato come i cani - afferma un operaio -. Non avrei mai immaginato che sarebbe finita così". La frustrazione è forte, tant'é che dal palco allestito per l'assemblea c'é chi si è spinto oltre: "Mi auguro che domani o comunque un giorno, Marchionne provi il dolore nel cuore che gli operai stanno vivendo oggi". Perché "noi siamo semplici operai, ma c'é una giustizia divina" è la considerazione di Antonio, che si porta le mani ai capelli mentre la sbarra, all'ingresso della fabbrica, si chiude alle sue spalle, metafora di una fine, sì annunciata, ma ugualmente dolorosa.

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