Salviamo l'Italia

Neppure in questa emergenza un governo dei miracoli può qualcosa senza il sostegno convinto e straordinario dei partiti, delle forze sociali, della gente. Nessuno può esonerare i propri elettori da scelte costose per redditi e tenore di vita

Nasce con Mario Monti una sorta di governo dei miracoli. Inimmaginabile fino a due settimane fa. Lo sosterranno, insieme, forze come il Pdl, principale partito di maggioranza, e il Pd, maggior partito di opposizione, ossia i protagonisti degli schieramenti che fino a pochi giorni fa si contrapponevano con la forza che tutti sappiamo. È un governo di tecnici nato dall’emergenza. Voluto più che dal Parlamento dai mercati finanziari, dal Fondo monetario, dalle cancellerie europee (Berlino e Parigi in primo luogo), dal nostro capo dello Stato che si è speso per la nascita di un “Esecutivo” come nessuno dei suoi predecessori ha fatto nella nostra storia.
Per il modo in cui nasce, la sua strada è in salita. Il suo compito è immane. Benché semplice e chiaro. Deve condurre in porto misure e provvedimenti per rassicurare le borse, i grandi investitori internazionali e i mercati perché sostengano il nostro debito (quindi la nostra vita e la nostra crescita). Si tratta di interlocutori spietati. Ma attenti e intelligenti. Non giudicano i governi dal colore delle maggioranze o dagli uomini che li guidano e li formano. Ma dalle cose concrete che essi fanno. Ne abbiamo eloquente dimostrazione in questi giorni. Si pensava che l’addio di Berlusconi e la discesa in campo di Monti fossero salvifici in sé. Invece borse e titoli vanno ancora giù e gli “spread” vanno ancora su in una altalena angosciante. Ma neppure in questa emergenza un governo dei miracoli può qualcosa senza il sostegno convinto e straordinario dei partiti, delle forze sociali, della gente.
I partiti, tutti i partiti, devono rovesciare il senso di marcia più usuale. Nessuno può esonerare i propri elettori da scelte costose per redditi e tenore di vita. Certo, ciascuno deve lavorare perché tagli e rinunce siano distribuiti in modo equo. E interesse comune che tutti paghino per non dover trovarsi in una Italia tra le macerie. Il nuovo presidente dice che l'assenza di politici tra i suoi ministri è un fatto positivo perché elimina motivi di imbarazzo. Speriamo abbia ragione. Non vorremmo invece che il rifiuto delle due forze maggiori di delegare esponenti di peso nel nuovo esecutivo (si era parlato di Giuliano Amato e di Gianni Letta) non sia il segnale del volersi chiamar fuori da scelte dolorose e pesanti. Hanno tutti il dovere invece di sentirsi dentro una politica di rigore e riforme ormai irrinunciabile. Abbiamo giudizi a caldo che sono incoraggianti. Silvio Berlusconi, leader del Pdl, dice di sentirsi in «buone mani» e promette collaborazione leale. Pierluigi Bersani, leader del Pd, promette sostegno anche a misure non condivise al cento per cento. Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, promette che nulla sarà come prima... Le parole sono buone. Speriamo si sarà conseguenti nei fatti.
Ed ora, proprio ora, bisogna accendere i riflettori sui costi della politica. Concordino subito tagli forti e rapidi. I passi compiuti sono troppo piccoli (sia sul piano locale che nazionale, molto peggio in Sicilia). Lo stato delle cose resta indecente.
Neppure sindacati e forze sociali devono tirarsi indietro. Così come i partiti, nemmeno loro possono voltare le spalle all'Europa. Non si tratta di proclamare in astratto europeismo e integrazione. Oggi l'Europa chiede misure precise: meno spesa per pensioni, assunzioni e licenziamenti più scorrevoli nelle fabbriche, meno Stato e più mercato nell'economia, minor costo del personale pubblico e maggiori attività statali trasferite ai privati. Chiede tutto questo perché non si può andare avanti così. Non ci sono più le risorse per sostenere i livelli raggiunti. Anche qui l'equità è necessaria. Non si possono chiedere rinunce a chi sta peggio senza adeguate scelte a carico di chi sta meglio. Ma bisogna esser chiari su un punto quando si dice di voler evitare la macelleria sociale. Se, nella pretesa di difendere i deboli, si rifiutano ritocchi su welfare, previdenza e lavoro, mantenendo in Italia un passo più lungo della gamba, si creano disastri economici che colpiranno in primo luogo proprio i deboli che si vorrebbero tutelare. Il presidente Monti ha detto che ha ricevuto dalle forze sociali pieno consenso a una politica di rigore, anche su provvedimenti finora "non graditi". È un buon segno anche se dobbiamo aspettare il programma (domani al Senato in prima lettura) per sapere e capire meglio.
Mai infine, come in questa fase della nostra storia, la politica e le grandi entità economiche hanno bisogno del sostegno convinto della gente. Di noi tutti. Possiamo, anzi dobbiamo, essere vigili e critici, perché i prezzi della crisi non penalizzino alcuni più di altri. Ma un passo indietro si impone per tutti. Viviamo al di sopra delle nostre risorse. Il debito pubblico non finanzia solo sprechi indebiti, ma pure diritti nuovi, bisogni diffusi, retribuzioni al di sopra della produttività, tutela e assistenza molto costosi nella gestione dei servizi e del lavoro. Tutto questo non può durare in eterno. Dobbiamo rimetterci sui giusti ritmi di marcia. Sapendo che un passo indietro oggi può consentirci di farne due in avanti domani. Ma certi sconsiderati rifiuti oggi potranno costringerci a subire prezzi molto più alti (non per tutti sostenibili) tra qualche anno. La crisi non è solo italiana. Politiche rigorose si impongono in tutta Europa. Quanto affermano il presidente degli Usa, Barak Obama, e quello della Commissione europea, Josué Manuel Barroso, lo dimostra (come si può leggere a pagina 4). Ma questo nostro paese ha un ruolo importante nella crisi essendo, nello stesso tempo, uno dei punti più deboli dell'Europa ma pure l'area da cui nessun paese europeo può prescindere per costruire il proprio sviluppo. Tra domani e venerdì sapremo meglio le riforme che il nuovo presidente prepara. Intanto si può prendere atto che dell'emergenza appare più che consapevole. Parla di una necessaria "corsa", escludendo quindi il passo lento cui la politica solitamente procede. Ha ridotto i ministri da 23 a 16, accorpando peraltro competenze relative allo sviluppo in un unico ministero per rendere più rapida e forte la spinta verso la crescita. Buon lavoro professor Monti. Per salvare l'Italia.

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