Sicilia, Cronaca

Giunta: "La natura non si piega a esigenze dell'uomo"

Intervista al docente di Geologia strutturale, che risponde sulle cause della catastrofe di Genova. "E in Sicilia la situazione è ancora più grave. L'Isola è priva di difese"

PALERMO. Hanno accusato il sindaco Marta Vincenzi di non aver stappato i tombini, ma bastava così poco per fronteggiare la tragedia di Genova? Risponde il professore Giuseppe Giunta, docente di Geologia strutturale, e dice che non era così semplice: «È chiaro che tutta la citta doveva essere curata e mantenuta in tutte le sue infrastrutture, dai canali di scolo alle opere di contenimento e all’irregimentazione dei torrenti. Ma il problema è generale, non si fa altro che assoggettare la natura alle nostre esigenze anche economiche mentre la natura non può essere piegata e quindi si rimane colpiti dalle calamità causate spesso da queste due esigenze che collidono».
A Genova cosa è successo?
«La città è disposta e organizzata sulle pendici di monti che sono a ridosso sul centro e nel contempo non ci sono le opportune opere di salvaguardia idrogeologica. Sul versante montuoso Genova è solcata da una serie di torrenti che puntano sul territorio urbano, lo attraversano e vanno verso il mare ma non trovano opere di salvaguardia calcolate in funzione di eventi meteorici estremi. Sono state ristrette le luci dei torrenti, gli alvei, si è parzialmente costruito nei letti dei fiumi e le strade parallele che vanno dai monti al mare sono diventate dei tubi a pressione che hanno ceduto quando l’acqua è arrivata a saturazione e senza alcun controllo».
Cosa è mancato?
«Non c’è stata a monte una adeguata protezione idraulico forestale con terrazzamenti, canali di scolo, drenaggi. Nella mancata gestione del territorio non si individua la colpa di una singola persona o di una amministrazione, la corretta gestione è una cultura generale che manca anche per ragioni finanziarie: non ci sono fondi sufficienti per mettere in sicurezza il territorio».
Non si potrebbe iniziare da nuove leggi più restrittive? Per esempio in Sicilia, per prevenire danni ed eventi come quelli di Giampilieri nel Messinese due anni fa?
«La situazione della Sicilia se possibile è ancora più grave e sguarnita di difese. A Giampileri non c’era nessuna protezione a monte, è arrivata una massa d’acqua comunque non estrema come quella della Liguria ed ha impattato con una urbanizzazione dissennata. A Giampilieri le case erano realizzate sul greto della fiumara e la natura ha ripreso il possesso del territorio. Anche in Sicilia l’impegno finanziario per mettere in sicurezza il territorio sarebbe proibitivo».
E dunque arrendersi senza nemmeno iniziare?
«Cinquecento litri di acqua ogni metro quadro, in ettari e chilometri sono una bomba d’acqua, una cosa incontrollabile, ma bisogna comunque dare disposizioni, leggi, divieti, e la cittadinanza va educata a trattare la natura senza assoggettarla».
E da dove si parte?
«Attraverso l’educazione della popolazione: non si manomette l’equilibrio naturale, non si restringe la luce dei torrenti e dei canali di scolo, non si intasano i torrenti con prodotti di risulta, con discariche».
E le nuove opere?
«Canali di drenaggio a monte in modo da diminuire l’impatto delle masse d’acqua con il centro urbano, ma anche incentivare l’agricoltura, procedere a sistemazioni idraulico forestali».
In ambito regionale quale dovrebbe essere l’avvio di un’azione legislativa contro le masse d’acqua?
«Promuovere tutte le opere rientrano nella mitigazione del rischio. Le leggi copmunque ci sono, bisogna applicarle e spesso per applicarle serve denaro, occorre finanziare le opere, manca il denaro ma manca anche la cultura della salvaguardia».
Un primo passo?
«È un processo lento di un passo dopo l’altro...»
E il primo?
«Partendo dalla scuola, dall’asilo e arrivando fino alla politica».
Il rischio idrogeologico a Palermo, che nel 1931 ha avuto un’alluvione memorabile con le acque che scorrevano da via Volturno e via Cavour verso il mare.
«Il rischio potrebbe arrivare dalla corona di montagne che circondano la città. Palermo è attraversata dai corsi d’acqua Kemonia e Papireto che sono ormai diventati territorio cittadino e sedi di quartieri residenziali, se il Kemonia e il Papireto dovessero ricevere masse d’acqua eccezionali come nel 1931... Ma anche l’Oreto avrebbe bisogno di cure, e anche il canale di passo di Rigano che parte dai monti e finisce alla Cala attraversando via Giusti, via Libertà, via Sampolo: è inadeguato ad affrontare eventi estremi come quello del 1931. Nessuno può prevedere il ripetersi e il quando di tragiche eventualità ma almeno bisognerebbe ricordarsene dei lutti e dei danni, invece dopo una settimana anche l’evento naturale più terribile viene rimosso e i provvedimenti rinviati».

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