"Lavoro, al sud puntare su flessibilità e legalità"

L'economista Mario Deaglio parla della situazione economica nel meridione d'Italia. "Il divario nord-sud non è mai stato così ampio, da 30 anni a questa parte. Da anni nessuna grande impresa investe nel Mezzogiorno se si eccettua qualche impresa pubblica o qualche privato attratto solo dal richiamo degli incentivi"

«Le imprese stanno abbandonando il Mezzogiorno? Oppure è il Mezzogiorno che sta abbandonando le imprese». Un gioco di parole quello che utilizza Mario Deaglio, economista (insegna Economia Internazionale a Torino), membro del direttivo del Centro Einaudi ed editorialista de La Stampa. Non si occupa molto spesso del Sud. Quando lo fa vale la pena starlo a sentire.

DI RECENTE HA SCRITTO CHE L'ITALIA RISCHIA DI SPACCARSI SE NON INTERVIENE LA POLITICA. QUANTO È GRANDE QUESTO RISCHIO?
«Il divario tra nord e sud non è mai stato così ampio, da trent'anni a questa parte. E prima non esistevano statistiche».

TUTTAVIA ORMAI È CHIARO CHE LA VERA OPPORTUNITÀ DEL PAESE È RAPPRESENTATA PROPRIO DAL SUD.
«Su questo non c'è dubbio. La vera partita del futuro si gioca sullo sviluppo del Mezzogiorno. Il Pil pro-capite delle aree meridionali è circa la metà di quella del nord. Solo chiudendo la forbice sarà possibile imprimere nuovo dinamismo all'economia nazionale».

NEL FRATTEMPO LE AZIENDE VANNO VIA. SI VEDA IL CASO FIAT A TERMINI IMERESE.
«Il problema non è solo questo. Che le imprese spostino i loro investimenti è normale. Il problema è che non ne arrivino di nuove per sostituirle».

CHE COSA VUOL DIRE?
«Che da diversi anni, ormai, nessuna grande impresa italiana, o estera, compie investimenti importanti nel Mezzogiorno se si eccettua qualche impresa pubblica o qualche privato attratto solo dal richiamo degli incentivi».

COME CAMBIARE ROTTA?
«Non credo di avere in mano ricette particolarmente innovative. Tanto meno la bacchetta magica. Voi avete troppa fiducia nei professori».

IL VOSTRO COMPITO È AIUTARCI A CAPIRE.
«Purtroppo non ci sono, in questo momento, idee nuove da proporre per il Mezzogiorno. O almeno io non ne dispongo. Credo che bisogna mettersi a lavoro con fatica e determinazione per rendere il sud interessante per gli investimenti».

GIÀ. E COME?
«Bisogna giocare su un tavolo a più gambe. Puntando sulla legalità e sulla formazione. Rendendo il mercato del lavoro più flessibile e attraente rispetto al nord, puntando sulla finanza innovativa e sulle tecnologie. Mi rendo conto che sono concetti non proprio freschissimi. Tuttavia sono una base importante sulla quale cominciare a lavorare».

EPPURE IN UN RECENTE STUDIO CURATO DA LEI PER CONTO DEL CENTRO EINAUDI SOSTENEVA CHE QUEST'ANNO LA SICILIA POTREBBE CRESCERE DEL 5,4%. UN PRIMATO DA FAR IMPALLIDIRE LA GERMANIA. L'ITALIA SI È ROVESCIATA E LA LOCOMOTIVA STA NEL MEDITERRANEO?
«Magari. Lo studio non diceva esattamente questo. Scrivevo solo che la Sicilia avrebbe la potenzialità per uscire rapidamente dalla crisi e ad una velocità doppia rispetto al resto del Paese. Che poi accada davvero è un altro discorso nel quale non mi addentro».

QUALI SAREBBERO I POTENZIALI FATTORI DI SUCCESSO?
«Il risultato del modello è ampiamente determinato dal fatto che la Sicilia ha pagato relativamente poco alla crisi. Soprattutto perché le aziende che esportano sono meno presenti che nel resto del Paese. In secondo luogo, probabilmente in ragione del proprio statuto d'autonomia e per come è organizzata e distribuita la spesa pubblica e per trasferimenti in Italia, la Sicilia, con una propensione al consumo del 108,9 per cento del Pil, è la regione con la massima attrazione relativa di risorse e la massima propensione alla spesa».

MA LA SICILIA NON È LA GERMANIA.
«No, purtroppo. Per diventarlo, sfruttando l'occasione della crisi l'economia dell'isola dovrà trovare ragioni e fondamenti nei processi di accumulazione e di investimento; nei processi di innovazione e di creazione di impresa; nei processi di internazionalizzazione. In assenza non si potrà certo contare ancora sull'elastichino iniziale la cui forza nel frattempo si sarà esaurita. La crescita della regione potrebbe pertanto diventare bassa, a maggior ragione con la eventuale progressiva entrata in vigore di una qualche forma di federalismo fiscale. La quantità e la qualità degli investimenti, pubblici e privati, dei prossimi anni sarà cruciale e potrà fare la differenza».

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