Disastro economico, una leggenda

L’economia italiana non va poi così male. Forse hanno torto tanti profeti di sventura, per nulla disinteressati, che immaginano un futuro disastroso per il nostro Paese: almeno fino a quando non ci sarà un deciso cambio nella direzione politica.
I sacerdoti del declinismo ieri hanno preso dall'Istat una serie di smentite che da ora in avanti, dovrebbero renderli un po' più prudenti nel disegnare profezie luttuose. L'istituto di statistica ha annunciato che ad agosto il fatturato dell'industria è cresciuto del 4% sul mese precedente e addirittura del 12% rispetto all'anno precedente. Un episodio contingente, spiegheranno le inguaribili Cassandre. Dopo andrà sicuramente peggio. Forse. 
Nel frattempo l'Istat aggiunge che gli ordini sono in salita del 5% su luglio e addirittura del 10,5% sull'anno scorso. Vuol dire che le officine continueranno a funzionare allegramente ancora per un po' di tempo. Una prospettiva imprevista per tanti mattatatori con gli occhiali neri. Ma c'è di più. Non solo il futuro è meno devastato delle previsioni ma anche il passato non è stato poi così terribile. Sempre l'Istat, infatti, fa sapere che, dopo l'ultima revisione il Pil del 2010 è cresciuto dell'1,5% contro una precedente indicazione dell'1,3%. Per carità, niente di clamoroso: una variazione da prefisso telefonico. Tanto più che, aggiungono i sacerdoti del declino, la revisione è frutto solo del cambiamento dei criteri di calcolo. Può darsi, ma questi sono i sistemi utilizzati a livello internazionale. Nessun trucco italiano. Resta così il fatto che la situazione è meno drammatica di quello che in tanti hanno interesse a far credere. Anche le Borse hanno smesso di scendere e il differenziale fra i Btp e i bund tedeschi ormai si è stabilizzato intorno ai 370 punti.
Tutto bene allora? Non proprio. I problemi restano: dall'elevato tasso di disoccupazione giovanile, al costante dualismo fra Nord e Sud, all'eccessivo peso fiscale e del debito pubblico. Tutte zavorre molto pesanti. Ma anche zavorre vecchie. La crisi economica degli ultimi tre anni non ha portato emergenze nuove. Non siamo costretti, come la Spagna, a fronteggiare una bolla immobiliare spaventosa. Non siamo la Gran Bretagna che ha più che raddoppiato il deficit portandolo all'8% del Pil. Non siamo nemmeno la Germania che ha dilatato il debito pubblico portandolo a duemila miliardi (più di quello italiano). E nemmeno la Francia che vive ore di apprensione per la salute delle sue banche. Soprattutto siamo lontanissimi dalla situazione greca che poteva contagiarci vista la debolezza della finanza pubblica. Questo non vuol dire che stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili. Ma nemmeno dentro un incubo come sostengono in troppi. 
Forse un po' di orgoglio nazionale non guasterebbe. I dati dell'Istat confermano, ancora una volta, che il Paese reale è molto lontano da quello che viene rappresentato, dalla politica, dai media, nei talk show. È un Paese fatto da milioni di persone che tutte le mattine si alzano e vanno a lavorare. Da imprenditori che a fronte delle debolezze del mercato interno non esitano a volare in Cina, in India, in Germania. Non a caso la spinta maggiore viene ancora dalle esportazioni. Per non parlare di Marchionne ormai diventato, per una certa sinistra, il diavolo in persona. La Fiat soffre molto in Italia a causa della caduta del mercato. All'estero, però, non va male visto che il fatturato è salito del 35% e gli ordini dell'8%. Niente di strano che vada a produrre dove le macchine le vende. Lontano dall'Italia, dalla Fiom, dal sindacato antagonista, da molte inconcludenze della sinistra. Gli stessi, poi, che si stracciano le vesti perché il Paese, poverino, non compra più il latte dopo la terza settimana del mese.

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