Morte operaio a Gela, il giudice: "Fu malattia professionale"

Chiuso da quasi 20 anni col sospetto di aver causato il decesso di una quindicina di lavoratori, smantellato per consentire la bonifica del terreno dal mercurio altamente tossico e inquinante, l'impianto Clorosoda del petrolchimico è stato riconosciuto per la prima volta responsabile della fine di un dipendente

GELA. Chiuso da quasi 20  anni col sospetto di aver causato la morte di una quindicina di  lavoratori, smantellato per consentire la bonifica del terreno  dal mercurio altamente tossico e inquinante, l'impianto  Clorosoda del petrolchimico di Gela (da sempre accusato di  essere un "impianto killer") è stato riconosciuto per la  prima volta responsabile del decesso di un dipendente. Il  giudice del lavoro, Luca Solaino, del tribunale di Gela, ha  emesso una sentenza con cui riconosce la malattia professionale  quale causa della morte di un capoturno di quel reparto, Franco  Esposito, deceduto circa 5 anni fa all'età di 56 anni, e  condanna l'istituto infortuni, Inail, a erogare alla famiglia  del defunto la quota di indennità reversibile spettante.    


La sentenza, emessa 6 mesi addietro, ma resa nota dai parenti  solo oggi, cioé dopo la registrazione e l'avvenuta notifica  all'Inail, ha ridato speranza a 400 persone del comitato  spontaneo "Ex lavoratori del Clorosoda", composto da operatori  dell'impianto e personale delle varie manutenzioni. Molti di  loro accusano patologie che sarebbero causate dalle sostanze  inquinanti con cui sono venuti a contatto nell'impianto, cioé:  mercurio, cloro, idrogeno solforato, dicloroetano, potenti campi  magnetici ed altro.     Per effetto di queste malattie questi "ex" non  riuscirebbero a vivere più di 60 anni. Ma l'Eni continua ad  affermare che l'impianto ha sempre lavorato in sicurezza e senza  rischi per la salute. Tuttavia, a un operaio da poco in  pensione, trasferito dal Clorosoda ad un altro reparto 30 anni  addietro, le analisi del sangue avrebbero accertato ancora la  presenza di 154 microgrammi/litro di mercurio, un metallo che se  entra nell'organismo vi rimane, con effetti devastanti.     A un altro dipendente, operato alla vescica, al fegato e al  colon, l'Inail ha riconosciuto appena l'11% di invalidità per  il danno causato dal mercurio, ma solo ai denti.   "Dopo la sentenza - hanno detto i vertici del comitato - la  battaglia per avere giustizia si farà più serrata". 

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