Processi via D'Amelio, ecco gli undici imputati

Sette di loro sono stati condannati all'ergastolo, ma possono sperare di tornare in libertà dopo la richiesta di revisione presentata dal pg Scarpinato

ROMA. Sono undici gli imputati, sette dei quali condannati all'ergastolo, che possono sperare di tornare in libertà dopo la richiesta della revisione dei processi sulla strage di via D'Amelio presentata dal pg di Caltanissetta Roberto Scarpinato: Salvatore Profeta, Gaetano Murana, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto, Giuseppe Orofino, Vincenzo Scarantino, Salvatore Tomaselli e Salvatore Candura.
L'input alla revisione è stato dato dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che ha scardinato le "verita" sulla fase esecutiva dell'attentato raccontate da Scarantino e Candura, il primo in carcere per scontare 15 anni, il secondo libero dopo avere patteggiato la pena. Sulla base delle loro accuse, intanto, erano state condannate ingiustamente
nove persone. Il pg ha chiesto la revisione anche delle posizioni dei due falsi pentiti che non avrebbero avuto alcun ruolo nella strage. Entrambi, per le dichiarazioni rese, sono ora indagati per calunnia e autocalunnia dalla procura di Caltanissetta.
Profeta, cognato di Scarantino, attualmente in carcere, arrestato nel '93 e' stato condannato all'ergastolo per strage e associazione mafiosa nel primo processo per l'eccidio. Scarantino l'ha accusato di avergli commissionato il furto della 126 che, imbottita di tritolo, uccise il giudice Borsellino e gli agenti della scorta. Le accuse del falso pentito sono state smentite da Spatuzza, che ha rivelato di essere stato lui a rubare l'auto su mandato del boss Giuseppe Graviano e ha fatto chiarezza su tutte le fasi successive al furto e alla preparazione della macchina riempita di esplosivo e usata come autobomba. Le dichiarazioni del collaboratore scagionano anche e altre persone tirate in ballo da Scarantino. Come Murana, arrestato nel luglio del 1994, è stato assolto in primo grado e scarcerato il 3 febbraio del 1999. In appello
la sentenza è stata ribaltata. Condannato all'ergastolo, si è costituito ed è tornato in carcere. E' attualmente detenuto. Secondo Scarantino avrebbe "scortato", insieme a un altro gruppo di uomini d'onore, la 126 rubata mentre veniva portata sul luogo della strage.
Vernengo, condannato all'ergastolo in appello si è reso irreperibile nel 2002, dopo il verdetto, ed è tornato in carcere il 6 marzo del 2004. E' detenuto. Scarantino lo aveva accusato di avere partecipato alla riunione in cui venne decisa la strage, di avere preso parte alla preparazione della macchina nell'autofficina di Giuseppe Orofino (assolto dalla strage nel primo processo Borsellino e condannato solo per favoreggiamento, anche per lui è stata chiesta la revisione).
Urso, cognato di Vernengo, era incensurato fino all'arresto avvenuto il 18 luglio del 1994. Condannato all'ergastolo in appello si è reso latitante. E' tornato in cella il 23 maggio del 2003 ed è detenuto. Secondo Scarantino avrebbe fatto parte del commando che portò la 126 nella carrozzeria di Orofino. La Mattina, arrestato nel 1997 insieme al boss Pietro Aglieri, condannato in secondo grado all'ergastolo, è accusato di aver partecipato alla riunione deliberativa della strage e di avere "bonificato" le vie percorse per gli spostamenti della macchina. E' detenuto. Uguale la posizione di Gambino, arrestato pure lui con Aglieri. Condannato in appello e accusato delle stesse condotte, é detenuto. Tomaselli, invece, secondo la falsa ricostruzione avrebbe nascosto la 126 dopo il furto. Ha espiato una condanna a 8 anni
e sei mesi per favoreggiamento ed è libero. Scotto, arrestato il 7 agosto del 2001, condannato in primo e secondo grado all'ergastolo, è l'uomo dei misteri del processo per la strage di via D'Amelio. Nella sua deposizione l'ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi l'ha indicato come un possibile raccordo della mafia con i servizi segreti deviati. E' attualmente detenuto.

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