Piano Marcegaglia, senza riforma pensioni nessun rilancio

di NINO SUNSERI


“Noi vogliamo una vera discontinuità e la vogliamo velocemente: basta con le piccole cose, non siamo più disponibili a stare in una situazione di stallo, in cui si vivacchia con qualche piccola manutenzione”.
Questa stessa frase, che Emma Marcegaglia ha detto ieri all'assemblea degli industriali di Firenze, avrebbe potuto pronunciarla tre mesi fa, sei mesi fa, un anno fa (e di fatto l'ha detta, seppur con altre parole). Però non è accaduto nulla. Ben difficilmente il manifesto di cinque punti appena annunciato otterrà risultati migliori.
La Marcegaglia parla di riforma delle pensioni, infrastrutture, liberalizzazioni, privatizzazioni. Temi importanti. Che tuttavia non superano il muro del suono perdendosi nel cicaleccio dei talk-show.
La ragione è semplice. Come indirizzo del messaggio c'è Palazzo Chigi. Ma il presidente di Confindustria sa benissimo di non avere un interlocutore unico.
La realtà è più complessa. A ricordarglielo è stata Susanna Camusso segretario della Cgil. Si è premurata a spiegare che il sindacato non lascerà passare nessuna proposta di riforma delle pensioni e della sanità.
Una condanna a morte per i cinque punti considerando che assistenza e welfare, insieme, assorbono più di due terzi della spesa pubblica. Se non si taglia su questo fronte èinutile parlare di rilancio dell'economia. Ma anche la strada delle liberalizzazioni appare poco frequentata.
Difficile, infatti, non cogliere la contraddizione. La Marcegaglia chiede al governo di sciogliere lacci e laccioli. Tranne poi accordarsi con i sindacati per annullare la vera rivoluzione che il governo stava facendo. Vale a dire l'articolo 8 della manovra che restituiva un po' di dinamismo al mercato del lavoro. E allora di che cosa stiamo parlando?
In realtà la crisi economica attuale si nutre della vaghezza e delle contraddizioni della classe dirigente. Non solo di quella italiana, ovviamente. La dimostrazione ieri dalla riunione del G20 che ha annunciato un «patto per la crescita» chiedendo all'Europa risposte rapide per salvare l'euro.
Buone intenzioni, certo, ma di concreto poco. Non a caso le Borse mondiali, dopo un'iniziale vivacità sono tornate a calare la testa: solo Milano ha mostrato un po' di resistenza. Doveva ancora smaltire le batoste dei giorni scorsi.
In realtà i grandi vertici internazionali stanno dimostrando una preoccupante incapacità decisionale. Data la vastità della platea che occupa il G20 e vista la disparità d'interessi è difficile trovare un'intesa che non sia su principi universalmente accettati.
Difficile scendere nel concreto. In questo senso ha fatto bene Giulio Tremonti a volare a Washington per l'appuntamento internazionale. L'Italia è uno delle più grandi economie del mondo.
Poteva mancare l'appuntamento? Poteva restare a Roma il ministro dell'Economia per partecipare al voto sulla carcerazione di Milanese? Sarebbe stata una dimostrazione imperdonabile di provincialismo. Esattamente come le polemiche di queste ore che attraversano la politica romana.


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