Manovra e il dietrofront sulle pensioni

di NINO SUNSERI

La stretta sulle pensioni di anzianità è durata poche ore. Il governo ha capitolato senza combattere. Sorprendente. Viene quasi il dubbio che, nelle sette ore di vertice ad Arcore, nessuno dei partecipanti si sia reso conto della reale ampiezza dell’intervento. Depotenziare il riscatto della laurea e del servizio militare significava, nella buona sostanza, abolire le pensioni di anzianità. Quattro o cinque anni aggiuntivi di permanenza obbligatoria in servizio portavano direttamente a 65 anni o nelle immediate vicinanze. I vitalizi ottenuti da arzilli cinquantenni sparivano di colpo.
Una riforma epocale che avrebbe parificato l’Italia agli altri Paesi europei. Una riforma che va fatta. Ma non in questo modo. Nascosta sotto cipria e belletto. Una scelta che dimostra una pericolosa propensione al dilettantismo da parte del governo. Incredibile che i massimi vertici dell’esecutivo riuniti ad Arcore non fossero a conoscenza dei pericoli cui si esponevano. La norma, come formulata, presentava evidenti profili di incostituzionalità. I contributi straordinari per il riscatto della pensione sono stati chiesti dallo Stato per accorciare il tempo di lavoro. Non per altro. Soprattutto per i lavoratori che nel 1995 avevano più di 18 anni di anzianità contributiva. Per loro vale ancora il ricchissimo sistema retributivo con la pensione calcolata sugli ultimi stipendi. Non sul totale dei versamenti. Quindi il riscatto della pensione e del servizio militare non appesantiscono di un centesimo l’indennità. Servono solo per il calcolo dell’anzianità. Giocarla diversamente significava ledere dei diritti, non semplicemente annullare delle aspettative.
Venir meno a questo patto avrebbe aperto un fronte giudiziario immenso Per l’Inps sarebbe stato impossibile. Correva il rischio di dover restituire in contante contribuzioni diventate negli anni pesantissime per via delle rivalutazioni. Mortale. E allora la domanda è d’obbligo: è mai possibile che nella lunga giornata di Arcore nessuno se ne fosse reso conto? Come mai tutte le interviste rilasciate dai membri della maggioranza erano improntate alla massima soddisfazione? La risposta è semplice. Fermo restando l’evidente dilettantismo che sta azzerando la credibilità interna e internazionale di questo governo (confermato dal balletto intorno al contributo di solidarietà) c’è un problema reale. Le pensioni di anzianità devono essere abolite perché sono un lusso. Di questo sono tutti consapevoli. Anche chi, come Bossi, imbraccia lo spadone di Alberto da Giussano per difendere l’attuale previdenza. Il calcolo è semplice: nel 2010 lo Stato ha speso 180 miliardi per pagare le pensioni. Significa il 30% di tutta la spesa pubblica. Il doppio della media Ocse. L’intero sistema del welfare (compresa la sanità e tutte le altre forme di protezione sociale) assorbe 423 miliardi. Circa due terzi del bilancio dello Stato e in otto anni le uscite sono raddoppiate. Sono numeri contro cui si scontrano tutti i tentativi di aggiustamento dei conti pubblici. Una struttura pesante e follemente costosa. Tanto per avere un termine di paragone ricordiamo che le spese per difesa e sicurezza pubblica (un tempo in testa alle priorità dei governi) assorbono appena il 6,7% e sono in linea con la media Ocse (6,3%). Tutto questo per dire che senza interventi su sanità e pensioni non c’è speranza di mettere a posto i conti. Solo che i tagli fanno male. Provocano dolore. Da qui il tentativo, effettuato nella giornata di Arcore, di fare l’operazione facendo finta di aver dimenticato il bisturi a casa. Ovviamente è andata male. Tanto valeva allora dirlo forte e chiaro. Le pensioni di anzianità sono un lusso che non ci possiamo più permettere.

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