Amia, i giudici: "Falsi in bilanci? Il sindaco lo sapeva"

Secondo il collegio Cammarata, primo cittadino di Palermo, "é stato l'ispiratore" delle scelte per evitare "il crollo d'immagine dell'azienda e del socio unico" ossia il Comune. La sentenza di primo grado ha condannato a due anni e mezzo l'allora presidente Vincenzo Galioto, Orazio Colimberti (ex direttore generale) e altri sei imputati: riportano entrate fittizie per 60 milioni

PALERMO. "Non avevo mai sospettato che i bilanci potessero essere falsi e ho sempre avuto fiducia nel Cda".
E' quanto il sindaco di Palermo, Diego Cammarata, ha detto al processo, in qualità di testimone, che ha portato alla condanna degli ex amministratori dell'Amia, la spa che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, il cui socio unico è il Comune.
Ma nelle motivazioni depositate ieri dai giudici il quadro è ben diverso: il sindaco, secondo il collegio presieduto da Vincenzina Massa, "é stato l'ispiratore, impartendo al riguardo precise direttive, onde arrivare allo scopo condiviso di tenere a galla Amia spa, evitando il crollo d'immagine dell'azienda e per essa del rappresentante del socio unico", cioé Cammarata.
La sentenza di primo grado, che ha condannato a due anni e mezzo l'allora presidente Vincenzo Galioto, senatore dell'Udc (ex Pdl), Orazio Colimberti (ex direttore generale), e altri sei imputati, descrive i meccanismi dei falsi bilanci del 2005 e 2006, che riportano entrate fittizie per 60 milioni, invece che perdite per 48 milioni, attraverso la creazione di una società satellite, la Amia Servizi srl.
Oggi l'Amia, con debiti per 200 milioni, è in amministrazione straordinaria. Gli imputati, secondo i giudici, nascondendo le perdite hanno realizzato l'obiettivo di ottenere premi di produttività.
I giudici sottolineano ancora che se si fosse scoperta la gestione fallimentare della società, ci sarebbero state "ripercussioni a cascata sul management, promanazione del sindaco, e sulla stessa possibilità di vittoria elettorale nel 2007".

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