Crisi, in Sicilia crollano anche le piccole imprese

I dati di Unioncamere: nei primi sei mesi dell'anno 19 mila aziende hanno chiuso i battenti, 16 mila le attività avviate

PALERMO. Da gennaio a giugno di quest'anno le imprese che hanno abbassato la saracinesca sono 19.293, molte di più di quelle che hanno invece iniziato l’attività (16.370). Il bilancio è dunque di 2.764 imprese in meno sul mercato isolano, secondo i dati raccolti nei primi sei mesi da Unioncamere. A fine 2010 le aziende iscritte nei registri delle Camere di Commercio dell'Isola erano 467.652, a fine giugno di quest’anno ammontavano a 464.888
Il treno della crisi, che trascina con sè aziende e lavoratori, è inarrestabile. Nel 2009 le imprese che si sono fermate erano state 31.198 a fronte di 26.135 che avevano avviato l’attività. L’anno scorso ci si era illusi che stesse iniziando la ripresa e le aziende che hanno avviato l’attività, 29.294, sono risultate di più di quelle che hanno chiuso, 24.767. Ma adesso i dati del 2011, parziali, lasciano prevedere che a dicembre parleremo dell’anno più nero.
Tuttavia i numeri fotografano in bianco e nero una crisi che è invece a tinte forti. L’assessore regionale alle Attività produttive, Marco Venturi, lo ripete da tempo: «Attenti a parlare solo di Fiat, Cantieri navali o Keller. La crisi è oggi ancora più profonda fuori dai grandi poli industriali». E infatti, scavando nel tessuto imprenditoriale palermitano, emerge che a soffrire sono quelle piccole e medie aziende su cui poggia l’economia locale. Il calo di fatturato sta portando con sè la perdita di posti. Chi non ha chiuso ha ridotto il personale. Secondo Giovanni Puccio, responsabile dell’ufficio della Uil che segue i percorsi di cassa integrazione, fra la fine del 2010 e il 2011 «hanno sofferto marchi storici come i concessionari di macchine. La Mg Auto ha messo in mobilità 45 persone, l’Automega altre 40 e la Eric 20. La Metalmeccanica meridionale ha avviato le procedure per 40 lavoratori». Cambiando settore, il trend non si inverte. «Gioiellerie e aziende collegate - spiega ancora Puccio - non stanno meglio. Stancampiano ha avviato le procedure di mobilità per 30 dipendenti, l’Argenteria D’Agostino per 40 così come Di Cristofalo. Morana ha messo in cassa integrazione 20 lavoratori e Afm altri 20». In crisi, sempre nel Palermitano, anche le aziende legate alle nuove tecnologie: fra mobilità e cassa integrazione si contano 30 posti in meno alla C-Seven, 20 alla Lapis, 15 alla Lux di Partinico, 20 alla Nuovi montaggi industriali di Termini e 15 alla Siciltecnico Card. Solo per restare a questi esempi recenti i posti persi sono 395 in pochi mesi.
E c’è da sperare (ottimismo di circostanza) che l’addio dei grandi gruppi non travolga tutto l’indotto. La crisi della Fincantieri a Palermo ha portato 15 cassintegrati alla Me.Sa. più 10 licenziamenti alla Bruno, 10 alla Montaggi navali, 15 alla Cantieri del Sud, 20 alla LL. Con i 30 della Getex fa un totale di altri 100 posti persi. Se Fiat è un caso nazionale, la chiusura di Termini sta trascinando con sè la Lear Corporation (160 dipendenti), la Bienne Sud (70) e la Clerprem (18). I vertici della Ansaldo Breda parlano da un po’ di cessione dell’azienda. «La Sicilia sprofonda - commenta Puccio - lo abbiamo detto al prefetto».
Dietro la crisi si celano però tante crisi. Ogni azienda soffre per un problema diverso. La Cna, col segretario Mario Filippello, cita due casi simbolo: «La Rimat, azienda di torneria meccanica, ha avuto un calo del fatturato del 30% e ha dovuto fare ricorso ai contratti di solidarietà». Si tratta di una forma di riduzione del lavoro e dello stipendio compensata dagli ammortizzatori sociali. L’azienda soffriva di un aumento dei costi, soprattutto per i trasporti: «La soluzione - aggiunge Filippello - è stata di delocalizzare la produzione più vicino ai committenti. E ora lavora in Emilia pur avendo ancora sede in Sicilia». A causare la crisi è la difficoltà di accesso al credito agevolato e anche i prezzi dell’energia: «La Multiplast - segnala ancora Filippello -, che produce cassette per la frutta, pur avendo un fatturato di 800 mila euro soffre di riflesso della crisi dell’agricoltura ma anche dei costi enormi dell’energia. Sta provando a trasformare gli impianti di alimentazione tradizionali in impianti fotovoltaici. Ma in Sicilia è difficile anche questo. E intanto ha dovuto ridurre il personale da 15 a 10 unità».
Per Filippello l’altro effetto della crisi è la lentezza nella soluzione di problemi che pure erano noti da tempo: «Nel settore dell’autotrasporto di merci ci sono 10 mila microaziende. Erano troppe e troppo piccole già in tempi normali e ora stanno chiudendo prima ancora che si possano avviare processi di aggregazione».
Ogni dato, analizzato alla luce della crisi, ha un valore diverso. Nel 2011, su 136.689 aziende del settore commerciale sono 5.977 quelle che hanno chiuso i battenti ma 3.058 sono quelle nuove. Tuttavia, sottolinea Piero Agen, presidente di Confcommercio Sicilia, «il fatto che ci sia un dato che segnala migliaia di aperture non è incoraggiante a priori. Molti giovani, non trovando altri lavori, tentano la carta dell’autoimpresa. I dati infatti non mostrano mai la durata media delle imprese nate. Mi chiedo, per esempio, quante delle imprese nate coi contributi statali e regionali (il cosiddetto prestito d’onore) siano ancora in vita e quanti di questi prestiti siano stati rimborsati».
È la crisi che genera crisi. Come nel settore delle costruzioni. La Regione non ha soldi, non fa opere pubbliche, e le aziende edili chiudono: «A un calo di investimenti pubblici che va dal 30% di quest’anno al 46% del 2008 corrisponde la chiusura di miglia di aziende e la perdita di 40 mila posti di lavoro» e così Salvo Ferlito, presidente dell’Ance, parla di «ultima spiaggia» riferendosi alle infrastrutture che Ue e Stato dovrebbero realizzare per collegare Berlino alla Sicilia. È il cosiddetto Corridoio 1 che in questi giorni però si vorrebbe far fermare a Bari...

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