Le disastrose casse comunali siciliane

I (quasi) 400 sindaci dei (quasi) 400 comuni siciliani potrebbero indirizzare a Babbo Natale una letterina in grado di risolvere buona parte dei loro problemi, chiedendo di trovare ogni anno sotto l'albero una bella busta, contenente almeno un miliardo di euro.
La circostanza curiosa è che potrebbero pure essere accontentati, non certamente con fruscianti banconote, ma con una ricetta di semplice applicazione: fate come i gli altri sindaci italiani! Con tutto il rispetto che si oggi si deve ad un amministratore locale, non è più tempo di indulgere nella esclusiva politica delle richieste, ma è tempo di portare il livello del prelievo fiscale almeno alla soglia del resto del Paese, che peraltro non eccelle certo nel rispetto del fisco nei confronti del resto d'Europa. L'evasione e l'elusione fiscale danno sostanza ad una forma di slealtà sociale inaccettabile. Anche il più incallito degli evasori utilizza infatti le strade, le scuole o gli ospedali che certo non sorgono spontaneamente. E francamente l'idea che un co.co.pro, magari con 800 euro al mese, debba pagare tributi che un «distratto» professionista elude, è cosa difficile da accettare.
Un problema questo comune a tutti, da Nord a Sud. La questione in Sicilia risulta però decisamente più grave, per una combinazione di fattori: i nostri comuni beneficiano infatti di maggiori trasferimenti statali rispetto ad altri territori, beneficiano anche di trasferimenti regionali che nelle regioni ordinarie sconoscono e, grazie a questa mano «santa», si prendono il lusso di trascurare le attività di imposizione, prima, e di riscossione, poi. Ogni cento euro di entrate in Sicilia, appena 40 arrivano dalle entrate tributarie e dalla vendita dei servizi, mentre 60 arrivano per «trasferimento» statale e regionale. Nella media italiana il rapporto è esattamente invertito. Il primo e più importante tributo locale è l'Ici; 113 euro di gettito a testa in Sicilia e 162 euro nella media nazionale.
La Corte dei Conti spiega questa differenza con un delicato eufemismo: lo definisce «minore incisività delle politiche di contrasto all'evasione fiscale»! Detto in dobloni, allinearci alla media nazionale porterebbe nelle casse comunali siciliane almeno 250 milioni di euro, anche a prescindere dall'elevato numero di seconde abitazioni esistenti in Sicilia. Il secondo tributo locale, per importanza del gettito è quello relativo ai rifiuti; la Tarsu sembra un tributo fantasma. Ogni «italiano» paga in media 38 euro, mentre ogni siciliano si ferma a meno di 12 euro; il solito allineamento con il resto del Paese farebbe incassare ai Comuni siciliani altri 130 milioni di euro! E stendiamo un velo pietoso sulla qualità del servizio, che certo è molto dissimile tra Catania ed Aosta!
Come dicevamo i trasferimenti statali verso i Comuni siciliani sono più generosi che altrove: 321 euro a testa rispetto ai 260 euro in media nel resto d'Italia. Come dire che beneficiamo di oltre 300 milioni di euro all'anno in più rispetto alla media degli 8.000 comuni italiani. Ma non finisce qui; i comuni siciliani ricevono ogni anno 231 euro per abitante da mamma regione; nella media italiana appena 106! La differenza ci frutta la bellezza di 630 milioni di euro all'anno!
Consistenti volumi di trasferimenti regionali, sempre a favore dei Comuni siciliani, si registrano infine con riferimento alla compartecipazione ai costi del personale precario; si tratta di 240 milioni di euro all'anno a fronte di quasi 18.000 precari. Certo qui le responsabilità dei Comuni sono molto modeste, ma sarebbe bene che anche loro cominciassero a riflettere sui contenuti della circolare regionale numero 1 del 6 maggio scorso che ricorda il carattere «assolutamente transitorio» del contributo regionale!
Apriamo infine il capitolo delle entrate extratributarie; in realtà questo comprende diverse voci, ma il grosso viene dalla vendita dei servizi a domanda (trasporti, asili, acqua, gas...). Ogni siciliano paga in media 98 euro, rispetto ai 199 euro della media italiana. In questo modo mancano all'appello altri 510 milioni di euro all'anno!
Ed arriviamo alla ciliegina finale; i comuni siciliani riescono ad individuare assai meno contribuenti che altrove; ma, anche quando ci riescono, fanno una fatica cane a farsi pagare. Un esempio da manuale è la Tarsu che pochi ricevono e che soltanto l'11% dei destinatari delle cartelle poi paga. Questi comportamenti dei cittadini determinano una situazione paradossale: i comuni siciliani ricorrono in maniera spropositata alla cosiddette «anticipazioni di tesoreria»; le banche cioè anticipano oggi quello che i Comuni incasseranno (forse) domani. Si tratta di un «debito» di ben 240 euro per ogni siciliano; quattro volte la media nazionale e 13 volte la media dei comuni nel Centro-nord.
Come dire che in Sicilia siamo permanentemente esposti verso il sistema bancario per oltre 1,2 miliardi di euro. E dire che non mancano gli incentivi a fare meglio. Neanche la legge 122/2010 ha però sollecitato un comportamento più intransigente degli amministratori siciliani, cui non ha fatto alcun effetto la possibilità di potere trattenere per i propri amministrati e definitivamente il 30% dell'eventuale gettito erariale recuperato; con il decreto legislativo 23 del 2011 la quota di compartecipazione è salita addirittura al 50%, mentre con la manovra in corso di esame del Parlamento nazionale la quota raggiungerebbe il 100%. Vedremo. Fare pagare a tutti i siciliani i tributi dovuti per servizi che, bene o male utilizzano tutti, sarebbe una mano santa per le esangui casse comunali, ma sarebbe principalmente una manifestazione di lealtà e di correttezza sociale verso chi paga. Non ce ne vogliano i sindaci e gli altri amministratori siciliani; fanno un mestiere difficilissimo. Ma la ricerca dell'equità è un atto dovuto e viene anche prima della ricerca (pur legittima) del consenso elettorale. Chi sarà il primo candidato sindaco che avrà il coraggio di porre con chiarezza la questione?

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