Giaccone, un eroe galantuomo

Eroe e galantuomo. Eroe si può essere anche una sola volta; galantuomini si deve essere per tutta la vita. Tale era Paolo Giaccone, il professore di medicina legale del Policlinico di Palermo - a lui intitolato - ucciso dalla mafia l'11 agosto 1982, in una delle calde e drammatiche estati della nostra città. Giaccone era una personalità esemplare, per integrità personale e per senso dello Stato, fondati sull'etica della responsabilità. Non basta limitarci alla memoria e al rimpianto. Giaccone rappresenta eredità viva, per i medici e la società di oggi e di domani. Vero e proprio pane di legalità.
Giaccone era nato a Palermo, il 31 marzo 1929, da una famiglia di antiche e qualificate tradizioni mediche. L'istruzione cattolica dei padri gesuiti lo permeò per tutta la vita, unita a sentimenti di sussidiarietà civile e a convinzioni democratiche, che si estrinsecarono in un costante impegno sociale. L'essenza della sua personalità può sintetizzarsi nell'idea di ”bene comune”, derivato dalla Scolastica, in quanto rimanda al pensiero politico cattolico e alla tradizione solidaristica.



Si iscrisse nel 1947 a medicina e si laureò con lode nel 1953, già da interno in medicina legale presso la scuola di Ideale Del Carpio. Contribuì alla creazione dell'Avis, promuovendo da antesignano la cultura della donazione. Il Prof. Paolo - corpulento, fronte spaziosa, folti capelli ondulati, occhiali di tartaruga sul naso forte, baffi e barba rada e grigia, sguardo dolce e sorriso ingenuo - fu personalità di vasti e poliedrici interessi.



Giaccone - per la sua riconosciuta competenza, precisione e inattaccabile onestà - fu per decenni il consulente della magistratura, delle istituzioni, dei corpi dello Stato. Le sue perizie e autopsie su illustri personaggi rappresentano uno spaccato dei delitti della criminalità organizzata di quei decenni: Piersanti Mattarella, Michele Reina, il colonnello Russo e il capitano Emanuele Basile, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Lenin Mancuso, Mario Francese. Nel 1981, sulla base di un'impronta, Giaccone individuò in Pino Marchese uno degli autori della ”strage di Natale“, avvenuta a Bagheria, per volontà dei boss mafiosi di corso dei Mille. Malgrado avvertimenti e minacce il professore non modificò la sua perizia. Per questo rifiuto sacrificò la propria vita. Erano le 8.10 di mattina dell'11 agosto 1982: il docente era sceso dalla Peugeot di proprietà personale, davanti al suo istituto del Policlinico. Tre killer lo assalirono con un fuoco incrociato. La vittima morì sul colpo, ucciso da 5 pallottole. «Un delitto tanto più esecrando in quanto in pregiudizio di una persona integra e retta», riportava il rapporto giudiziario della Squadra mobile.



Il medico legale era quasi una anomalia, in una città dove i boss spadroneggiavano e venivano esibiti nei salotti e i latitanti frequentavano le pubbliche discoteche. Egli era estraneo a quella borghesia delle professioni, ambiguamente limitrofa alla mafia e disponibile a inquietanti intrecci con spezzoni della politica più inquinata e deleteria, trasformata in macchina di potere e clientela, che disconosce i veri problemi della gente.
Spesso in Sicilia il prezzo per fare fino in fondo il proprio dovere diviene una pericolosa e avventurosa missione da svolgere in un territorio ostile. Un docente integerrino, con alta caratura professionale - riservato e semplice, ma determinato - e quindi spesso isolato in un contesto geopolitico e sociale cinico, dove prevalgono (e prevaricano) furbizia, sotterfugio, imperio, disonestà. Allora come ora.



Paolo Giaccone non aveva bisogno di codici deontologici particolari. Sentiva la missione di medico e di servitore dello Stato con ispirazione etico-civile e con tenacia mite. Un uomo che si fece uccidere nel nome dell'onestà. Un martire laico, in quanto disponibile a subire la morte pur di affermare i valori in cui crede. Il magistero senza tempo di Giaccone ha plurime valenze: promuove il nesso inscindibile tra etica, lavoro e impegno civile; afferma il patriottismo e i valori della Costituzione, cioè del pilastro fondante del bene comune degli italiani; invita al rigoroso rispetto delle leggi; esorta a una corretta gestione delle ”strutture di dipendenza“, vale a dire della pubblica amministrazione; obbliga a praticare il giuramento d'Ippocrate, con l'impegno ad astenersi da ingiustizia e a conservare pura e pia l'arte professionale del medico.



Viviamo una normalità inquieta e malinconica, per il carattere precario, provvisorio e privo di principi forti condivisi, tipico dei nostri tempi. In questa società frammentata, che determina lo sgomento del vuoto, solo la sicurezza del dovere - come in Giaccone - può dare la forza dell'azione, della responsabilità, del disinteresse. Quasi un Ecclesiaste civile. Il medico legale è il simbolo di un'Italia sommersa e operosa, in larga misura sconosciuta, connotata da sobrietà e onestà nel lavoro, con vibrazioni civili connesse a una certa lettura dell'etica. Il dolore autentico, contro il profluvio di cordoglio burocratico e ingessato, fa considerare un oltraggio alla memoria di Giaccone, la vicenda in cui è incappata la figlia Camilla - medico come papà - privata in parte dei suoi diritti per interpretazioni capziose, da parte di legulei bizantini.



Negli ultimi dieci anni, secondo stime dei magistrati della direzione distrettuale antimafia di Palermo, sono stati almeno 400 i professionisti di varie tipologie - la «zona grigia dei colletti bianchi» - che sono finiti in inchieste di mafia.
Non è sufficiente tifare per la legalità, bisogna scendere in campo e lottare per il sogno di un Paese pulito. È necessario moralizzare e non fare del moralismo. Ma serve il cuore. Non c'è disegno se non è sorretto dalla passione. Il prof. Giaccone merita un posto nel Pantheon dei siciliani migliori, emblema ed eredità viva per la Sicilia diversa e moderna che noi auspichiamo. L'altra Sicilia. Non basta mobilitare le consuete parole di esecrazione e sdegno. Non dimentichiamo un valore fondamentale: l'esempio. Per i ragazzi, per i giovani. La classe dirigente di domani deve attrezzarsi per costruire il mondo futuro, attraverso etica, cultura e memoria del passato.



Il 19 luglio scorso - in una delle celebrazioni in onore di Paolo Borsellino - Milly Giaccone ha consegnato la targa del premio “Paolo Giaccone“ 2011 a Lucia Borsellino. La scelta migliore. I corridori si passano la fiaccola, scriveva il poeta.
Dobbiamo avere la capacità di trasmettere il turbamento - di ferma condanna, amarezza e nostalgia - che assaliva Amleto ricordando il padre vilmente assassinato: «Un uomo era. In tutto e per tutto». Come Paolo Giaccone.

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