Salvare l'Italia, le condizione dell'Ue

L’Europa ha dettato all’Italia le condizioni per il salvataggio. Una lettera del presidente in carica della Bce, Jean Claude Trichet e di quello designato Mario Draghi, che ha il sapore dell’ultimatum. Si parla di liberalizzazioni a cominciare dal mercato del lavoro dove tutta la flessibilità oggi è concentrata sulla soglia d’ingresso. Si creano così ingiustizie e grandi sacche di precarietà giovanile perché il contratto a tempo indeterminato è un matrimonio che non ammette separazione. E dunque le aziende prima di assumere un dipendente (a vita) ci pensano molte volte. Occorre rivedere il sistema retributivo agganciando il salario alla produttività: in poche parole ridurre la funzione del contratto nazionale e più spazio a quello aziendale.
La Bce chiede di riprendere il cammino delle privatizzazioni (negli ultimi tre anni solo Alitalia e Tirrenia) e di rimodulare il sistema pensionistico sulla base dell'innalzamento delle aspettative di vita.
Tutti temi che su queste colonne sono state trattati più volte a conferma che la terapia era ben nota. La maggioranza di centro-destra, già quindici anni fa, aveva vinto le elezioni annunciando una svolta riassunta nello slogan: meno Stato e più mercato.
Purtroppo così non è stato. È stato perso tempo. Troppo. Gli interventi potevano essere presi quando le condizioni erano meno tirate. L'Italia si sarebbe risparmiata la dura prova di queste settimane.
Certamente si sarebbe evitato l'intervento per decreto per accelerare i tempi della manovra come invece bisognerà fare a cavallo di Ferragosto. Evitando la sgradevole sensazione di un Paese commissariato dalla Bce che colpisce l’orgoglio del Paese: fare ora per diktat esterni quello che andava fatto prima.
Ma se queste sono le responsabilità del governo non mancano quelle dell'opposizione che, come un disco rotto, continua a chiedere le dimissioni dell'esecutivo. Come se il cambio della guardia a Palazzo Chigi avesse funzioni catartiche. Come se il governo tecnico di cui tanto si vagheggia potesse fare cose molto diverse da quelle che l'attuale maggioranza dovrà fare nelle prossime ore per evitare il fallimento del Paese.
Sarà bene capire che non più il momento delle divisioni. L'attenzione delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, si deve concentrare sulle urgenze. In questo senso è apprezzabile la disponibilità mostrata dai componenti del cosiddetto terzo polo. A sinistra, invece, si continua a vagare nel mondo dell'irrealtà. Assurdo difendere la costosa macchina del welfare invocando la difesa dei diritti. L'equità è un sostegno per i più poveri. Lo spreco aiuta i privilegi.
È inutile protestare contro la chiusura degli ospedali inutili perché fra poco rischiano di restare senza soldi per garze e siringhe. Gli assegni di accompagnamento agli anziani sganciati dal reddito ripugnano al buon senso. Le pensioni di invalidità terreno di pascolo per tutte le clientele: sono troppe. Una battaglia di sinistra sarebbe quella di chiedere la bonifica di questa palude per concentrare maggiori risorse sulle fasce di popolazione più sfortunata. Gli esempi potrebbero continuare. A che serve una pubblica amministrazione così affollata? Meno impiegati ma disponibili a farsi misurare la produttività: sarebbe molto più utili alla collettività e potrebbero aspirare, legittimamente a stipendi più alti.
Ma non si vuol capire che il mondo è cambiato e la politica deve cambiare. Non è più il tempo di erogare pensioni in età inferiore rispetto a paesi dal reddito superiore al nostro. Cambiare tutti perchè tutti dovremo fare sacrifici: non è più il tempo di vivere al di sopra delle proprie possiblità.
Ecco perché è importante far diventare il pareggio di bilancio una regola costituzionale. Per ricordare a tutti che per evitare la bancarotta l'equilibrio fra entrate e uscite dev’essere una regola fondamentali della nostra convivenza.
Fette immense di lavoro e di ricchezza hanno lasciato Stati Uniti ed Europa per trasferirsi in Cina, in India, in Vietnam. Perché stupirsi? Per decenni, spesso in maniera ipocrita, abbiamo sentito dire che la parte ricca del mondo doveva sacrificarsi per aiutare i più poveri. Quel momento è arrivato. È accaduto quanto predicato dalle élite religiose, politiche, sociali e dalla cattiva coscienza dei Paesi più ricchi.
Se qualcuno pensava ad un processo indolore era un bugiardo o un ignorante. È noto da sempre che in economia non ci sono pasti gratis. Alla fine c'è sempre qualcuno cui arriva il conto. Stavolta tocca a noi occidentali.

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