La manovra è legge, nel governo gelo fra Berlusconi e Tremonti

Ai suoi interlocutori il premier ha confermato i rapporti tesi verso il ministro dell'Economia. Par di capire che se trovasse un sostituto autorevole, non lacrimerebbe più di tanto il congedo. Un sostituto potrebbe essere Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro

L’approvazione definitiva della manovra ieri sera alla Camera ha convinto Berlusconi ha insistere in quello che ormai è il suo obiettivo principale: portare la legislatura a compimento, votare nel 2013.
È già il presidente del Consiglio che ha governato più a lungo nella storia della Repubblica. Vuole essere ricordato come l'unico che abbia portato a termine due interi mandati parlamentari. Ma non è solo la scommessa con la Storia a motivarlo. È la consapevolezza che una crisi in questo momento e il conseguente pensionamento anticipato del governo e di chi lo dirige sommergerebbe sotto un cumulo di macerie mediatiche internazionali diciassette anni di attività politica. A chi lo ha sentito nelle ore cruciali cruciali dell’approvazione della manovra e gli ha chiesto la ragione del suo lungo silenzio, interrotto solo ieri sera dopo i 34 voti di scarto alla Camera, ha risposto che lo faceva per non dare a nessuno il pur minimo pretesto per un attacco speculativo contro l'Italia. Ma ha aggiunto di non farsi capace di tanto accanimento. «L'Italia è un paese solido - osservava il presidente del Consiglio -. Il risparmio privato è fortissimo e due terzi dei titoli di Stato sono in mani italiane, soprattutto delle famiglie. Il rischio di default del Paese è inesistente». Lo amareggia che dall'opposizione si leghi l'attacco all'Italia alla crisi di credibilità del presidente del Consiglio. Ha apprezzato la «Lex Column» del «Financial Times» in cui - nella meraviglia per le dimensioni dell'attacco all'Italia - si osservava che se noi fossimo nelle condizioni disastrose degli Stati Uniti i punti base che dividono i nostri titoli di Stato da quelli tedeschi non sarebbero 300, ma 1090. Ma sa al tempo stesso che l'approvazione della manovra non ha portato la nave fuori della tempesta e che dovrà tenere la barra ben dritta per uscirne. Con o senza Giulio Tremonti?
Ai suoi interlocutori Berlusconi ha confermato la freddezza verso il ministro dell'Economia. Par di capire che se trovasse un sostituto autorevole, non lacrimerebbe più di tanto nel congedo. Ma non è questo di cui ha bisogno l'Italia. Si dice che l'indebolimento politico derivato dalla vicenda Milanese abbia tolto a Tremonti larga parte della patina di supponenza che gli ha reso negli anni ostili alcuni colleghi di governo. Se questo è vero, se Tremonti riuscirà ad abbinare alle sue indiscutibili capacità la disponibilità al dialogo, è possibile che il governo esca rafforzato da questa vicenda. Lo stato dei rapporti tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell'Economia sarà certificato fra breve dalla nomina del nuovo governatore della Banca d'Italia. Il candidato di Tremonti è Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro. «Siete soltanto in tre a volerlo lì - ha detto a Berlusconi un ministro molto autorevole -: tu, Tremonti e Letta che in questo momento fa di tutto per non creare nuove tensioni».
Se Berlusconi saprà resistere alle pressioni che in senso contrario gli arrivano dal Quirinale, dalla Banca d'Italia e dai principali osservatori italiani e internazionali che - fatte salve le indiscutibili qualità di Grilli - non vedono di buon occhio un legame troppo stretto tra l'Istituto e il governo, sarebbe davvero incomprensibile il perdurare di una tensione così forte all'interno dell'esecutivo. In ogni caso, le ragioni di un governo di emergenza restano oscure. Esso dovrebbe servire a fare quella politica «lacrime e sangue» di cui il Paese avrebbe bisogno. Ma la farebbe, se l'opposizione non è riuscita a stanare la maggioranza nemmeno sull'abolizione delle province? Il passato non ci conforta. Il compromesso storico del 1976-1979 con democristiani, comunisti e socialisti insieme al governo invece di porre le basi per il risanamento e la modernizzazione del Paese contribuì - nel servire interessi diversi e talvolta contrastanti tra loro - a porre le premesse per l'esplosione del debito pubblico che oggi più di ogni altra cosa è la causa della debolezza italiana.


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