Attentato in Norvegia: l'ombra antiaraba macchia un'oasi

Prima di tutto le proporzioni. Sono necessarie per capire ciò che l'assalto del terrorismo in Norvegia significa per i norvegesi. Sono un popolo di quattro milioni e 700 mila anime, ne hanno uccise quasi cento, che sono l'equivalente, in proporzione, con seimila morti negli Stati Uniti. Sotto le macerie delle Torri Gemelle, dieci anni fa, erano rimasti duemilacinquecento americani. Il morso che il terrore ha scavato nel Paese nordico è dunque profondo e sanguinoso, più di quanto non possa apparire, sulle prime, dal di fuori. In più, mentre l'America è un impero ben conscio di esserlo e armato fino ai denti, quella norvegese è una società disarmata, dove non solo - fino a ieri l'altro - «non succedeva mai niente», ma che alle remote possibilità che accadesse qualcosa offriva e offre un volto rilassato. Un piccolo dettaglio: se l'autore della strage è veramente Anders Behring Breivik, egli rischia una pena massima di ventuno anni di carcere. In America se avessero preso Bin Laden gli avrebbero affibbiato alcune centinaia di ergastoli consecutivi.
In questa "Isola dei Beati" la violenza politica, di quel livello, era quasi sconosciuta. L'unico paragone che il primo ministro Stoltenberg ha trovato è quello con la Seconda guerra mondiale, i quattro anni di occupazione nazista. Le condizioni di partenza sono in realtà ancora migliori: la Norvegia è fra i tre massimi esportatori di petrolio (assieme all'Arabia Saudita e alla Russia) e i frutti sono divisi fra appena quattro milioni e 700 mila abitanti, un quinto dei quali immigrati stranieri. La tolleranza è il solo dogma di una società del genere. Sul grande viale di via Groenlandia a Oslo sorge una grande moschea. La comunità più numerosa è quella pachistana, seguita dalla svedese e dalla irachena. Gli incidenti razziali fino a poche ore fa erano sconosciuti. Gli incarcerati musulmani hanno il diritto ad avere nel menu solo cibi approvati dalla dieta islamica. La Norvegia è stata sul punto di consentire addirittura alle donne poliziotto di aggiungere un velo alla propria uniforme.
Sembra escluso, dopo i primi inevitabili - e scusabili - sospetti, che la violenza venga da quella parte. Non è escluso però che la presenza islamica sia stato un fattore scatenante di una follia opposta, xenofoba, di un fanatismo religioso di altro segno. Il sospetto omicida sembra appartenere infatti a una organizzazione di estrema destra tesa a mantenere "pura" la patria, la nazione, il sangue. Ciò non significa che si tratti di una congiura. Molto probabilmente Breivik ha agito da solo, non è uscito da una cellula. La sua mente malata, tuttavia, può essersi abbeverata di qualche discorso violento che in qualche occasione si può ascoltare anche nella più pacifica democrazia. Durante l'ultimo referendum sulla possibile adesione della Norvegia all'Unione europea, fra i fautori del «no» (che hanno prevalso) c'era anche una setta fondamentalista "cristiana" un cui pastore definì l'Europa «una delle tante incarnazioni di Satana» e ai suoi sermoni i fedelissimi rispondevano «libera nos Domine». E la setta è formata in maggioranza da norvegesi tornati dagli Stati Uniti. I grandi sconvolgimenti sociali e culturali comportano sempre anche questo tipo di rischi.
Un'altra peculiarità della strage, che la fa anzi unica, è il fatto che quasi tutte le vittime abbiano in comune l'appartenenza a un partito politico. L'assassino si è presentato al campeggio annuale dei giovani laburisti, il partito al potere che esprime fra l'altro il primo ministro Stoltenberg. In media avevano 20 anni, il più giovane appena 13. È stato il pogrom di un uomo solo contro una assemblea di inermi. L'ultima cosa che ci si poteva aspettare dal Paradiso ora macchiato e stuprato da quella che possiamo e dobbiamo ancora chiamare follia. Quei ragazzi socialisti e l'uomo che li ha falciati sulla spiaggia dell'isoletta del loro pic nic, avevano in comune garanzie politiche, sociali, sanitarie, di vita che non hanno uguali sul pianeta, dove i pensionati, gli anziani, i malati godono di benefici praticamente illimitati, dove lo Stato non ha un deficit ma un surplus di bilancio, dove la manodopera è al primo posto nel mondo quanto a produttività per ore di lavoro. Nel Paese che ha dato nell'immediato secondo dopoguerra il primo Segretario generale dell'Onu, che ha fatto il suo dovere di membro della Nato e seguito la propria vocazione di pace ospitando i primi colloqui fra israeliani e palestinesi. Nel centro di Oslo, accanto agli edifici dei ministeri devastati dalla dinamite, sorge anche un palazzo dedicato ai premi Nobel per la pace, che là vengono scelti, premiati, incoronati. Un "paradiso" così può essere insanguinato ma non perduto. fondi@gds.it

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