Crisi, Berlusconi andrà in aula: "Ci metto la faccia"

il presidente del Consiglio, nonostante i dubbi di Pdl e Lega, ha annunciato che domani sarà prima alla Camera e poi al Senato, per una "informativa" al Parlamento sulla situazione economica, e il giorno dopo, giovedì, presenzierà al tavolo con le parti sociali a palazzo Chigi

ROMA. Fino a domenica sera era poco propenso ad accettare la 'sfida' lanciata dall'opposizione, ma alla fine Silvio Berlusconi - anche per il forte pressing di diversi ministri e dirigenti del Pdl - ha rotto gli indugi e ha deciso di "metterci la faccia", assumendosi la "responsabilità" di dire come l'Esecutivo intenda tirar fuori il Paese dalla tempesta finanziaria che da settimane, pur se a giorni alterni, si è abbattuta sull'Italia. E così, nonostante i timori di alcuni fra i suoi più stretti collaboratori e i forti dubbi della Lega, il presidente del Consiglio ha annunciato che mercoledì sarà in Aula, prima alla Camera e poi al Senato, per una "informativa" al Parlamento sulla situazione economica, e il giorno dopo, giovedì, presenzierà al tavolo con le parti sociali a palazzo Chigi.   


Una scelta non priva di rischi visto che Piazza Affari, nonostante l'intesa sul debito Usa, è stata ancora una volta la peggiore d'Europa e il differenziale fra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi ha toccato nuovi record. Ecco perché in molti consigliavano prudenza al premier. A cominciare da Paolo Bonaiuti che più volte lo ha messo in guardia sulla "estrema volatilità dei mercati". Perché, spiega un altro fedelissimo del Cavaliere, "se dopo il suo intervento la Borsa affondasse ancora, le opposizioni avrebbero gioco a dire che i mercati hanno sfiduciato il premier". E anche il Carroccio sembra temere il rischio dell'autogol, almeno ascoltando i dubbi di Roberto Calderoli: "Sarebbe poco credibile riferire ore in Parlamento", dice il ministro lumbard chiedendo di posticipare l'informativa in aula a dopo un 'Campus' sulla crisi economica.     In tanti, però, hanno sostenuto la tesi opposta e cioé che il capo del governo non poteva sottrarsi alla sfida e che era meglio cercare di gestire la situazione anziché lasciarsi "rosolare" dalle opposizioni. A spingere molto per l'intervento in Aula, raccontano nel Pdl, sono stati soprattutto alcuni ministri, come Maurizio Sacconi, Paolo Romani e Franco Frattini. E Angelino Alfano.   


E così, nonostante le persistenti resistenze di tanti consiglieri della prima ora, Berlusconi alla fine ha deciso: vedo le parti sociali e non posso non assumermi il compito di far fronte a tutto il resto, perché la responsabilità è comunque del presidente del Consiglio, sarebbe stato il suo ragionamento. Insomma, avrebbe aggiunto, come al solito sarò io a metterci la faccia, anche se stavolta anche l'opposizione dovrà fare la sua parte visto che la crisi riguarda tutti, non solo il governo.     Una decisione che, oltre ai rischi, comporta anche conseguenze politiche, soprattutto nei rapporti con Giulio Tremonti, si ragiona in ambienti della maggioranza. Perché fra ministri e dirigenti del Pdl non è sfuggito che per la prima volta è il premier a mettersi al posto di guida, relegando il ministro dell'Economia in secondo piano su tematiche di sua competenza. Segno, almeno nella lettura di alcuni nel Pdl, dell'attuale debolezza del titolare del Tesoro, ma anche della volontà del premier di isolarlo ancor di più. Anche se, racconta un fedelissimo, ciò non significa che lo stia mettendo alla porta: "Senza un'alternativa valida non può e in ogni caso non chiederà mai le sue dimissioni. Al limite sarà lui a lasciare...".     


Quanto all'intervento in Aula, è difficile prevedere cosa dirà il premier. Perché il richiamo alla responsabilità dell'opposizione potrebbe non suonare come un'apertura, ma come un ultimatum: "Fate le vostre proposte, come negli Usa", per dirla con Alfano. Circa i contenuti, nel Pdl si insiste su due aspetti: il primo è quello del rilancio delle infrastrutture che potrà contare sul via libera del Cipe a oltre 7 miliardi di fondi per realizzare opere pubbliche. Il secondo è quello dei costi della politica ed in particolare con una razionalizzazione degli enti locali (a cominciare dalle province) e con una sforbiciata alle consulenze per la Pa.    Per il resto, nel Pdl si scommette sul fatto che il premier riprenda almeno in parte l'agenda in cinque punti enunciata da Sacconi. Proprio il ministro che alcuni nel partito indicano come colui che, dietro le quinte, starebbe puntando alla successione di Tremonti: "Nell'intervista al Corriere già parla da ministro dell'Economia ", confida un parlamentare del Popolo della libertà.

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