Mafia, chiesta l'imputazione per il ministro Romano

Non accolta la richiesta di archiviazione presentata dalla procura nell'indagine per concorso in associazione mafiosa. I pm entro dieci giorni dovranno formulare la richiesta di rinvio a giudizio

PALERMO. Che il gip volesse andare a fondo era stato chiaro fin da quando aveva deciso di rinviare al mittente la richiesta di archiviazione della Procura, chiedendo che gli venissero fornite intercettazioni, sentenze e tutti gli atti necessari a studiare bene il caso. Un'enorme mole di carte che ha portato il giudice Giuliano Castiglia a imporre ai pm di Palermo di formulare l'imputazione a carico del ministro dell'Agricoltura Saverio Romano. Indagato, finora, a breve imputato - status che si acquista con la richiesta di rinvio a giudizio - di concorso in associazione mafiosa.   


E mentre l'esponente del Governo, sulla cui nomina  ci sono state, proprio per via dell'indagine in corso, pesanti riserve da parte del Quirinale, si dice "addolorato e sconcertato. Questo procedimento mi ha visto indagato quasi ininterrottamente per otto anni anche se l'indagine era tecnicamente spirata nel novembre del 2007. Questi semplici ma inconfutabili dati dimostrano il corto circuito tra le istituzioni e dentro le istituzioni ", l'opposizione - da Fli al Pd - ne chiede le dimissioni.    La parola passa ora, necessariamente, vista l'imputazione coatta, alla Procura che entro 10 giorni dovrà formulare la richiesta di rinvio a giudizio. Seguirà entro due giorni, ma i termini non sono perentori, l'udienza preliminare in cui un altro giudice deciderà se mandare a processo o prosciogliere il ministro.    Intanto una valutazione sulle imputazioni formulate a suo carico c'é stata. E ha un suo peso. Perché il giudice si è spinto più in là dei pm, certi di poter provare la vicinanza e la disponibilità del politico verso la mafia, ma di avere poche prove per dimostrare che questi abbia dato un apporto concreto e specifico all'organizzazione: elementi che la giurisprudenza esige per provare il reato di concorso.              


Castiglia, dunque, va oltre e insinua il dubbio, che spetta ora al processo sciogliere, che non si trattò solo di contiguità, ma che per oltre un ventennio Romano abbia dato un apporto rilevante ai clan.    Ma quali sono i fatti che hanno convinto il giudice? Il primo risale al 1991, quando il ministro partecipò a un incontro con Cuffaro e Angelo Siino finalizzato al sostegno elettorale dell'ex governatore siciliano. Per la Procura - giudizio condiviso dal gip - il ministro era a conoscenza della "caratura" criminale di Siino, definito all'epoca come il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra.     Poi c'é il pranzo, citato sempre dai pm, organizzato a marzo del 2001 a Roma con Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale di Villabate, vicino alla cosca del Mandalà.   


In quell'occasione, racconta Campanella, poi diventato collaboratore di giustizia, Romano avrebbe sottolineato che loro due facevano parte della stessa "famiglia", intendendo, secondo il pentito, la "famiglia" mafiosa. E ancora, Romano avrebbe ricevuto sempre da Campanella la richiesta di sostenere la candidatura nella lista del Biancofiore di Giuseppe Acanto, uomo vicino al clan di Villabate, alle regionali del 2001.         


Secondo il pm, valutazione condivisa dal giudice, il ministro era perfettamente a conoscenza che l'allora presidente del Consiglio comunale era "uomo d'onore", quindi che la sponsorizzazione di Acanto (peraltro mai eletto) veniva da Cosa nostra. Infine grande spazio, nella motivazione, hanno le vicende dell'indagine sul boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro: Romano sarebbe stato infatti a conoscenza degli stretti rapporti tra il capomafia e l'ex assessore comunale dell'Mdc Mimmo Miceli, poi condannato per mafia, e tra questi e Cuffaro e non si sarebbe opposto alla candidatura del politico alle regionali. Anzi, ne avrebbe poi esaltato il ruolo all'interno del Gruppo dell'Udc.   


Un materiale accusatorio complesso che dovrà essere riassunto in un capo di imputazione. La seconda grana giudiziaria per l'esponente del Governo che è indagato anche per corruzione aggravata: a breve il gip potrebbe chieder al Parlamento l'autorizzazione all'utilizzo delle intercettazioni che lo riguardano 

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