Sicilia, Cronaca

L’arresto di Gaetano Riina, “con Totò basta uno sguardo”

PALERMO. Dalla sua aveva un cognome pesante e una naturale vocazione al comando per anni messa in ombra dalla personalità del fratello. Ha atteso Gaetano Riina, poi, al momento giusto, ha preso le redini del mandamento mettendo sotto la sua protezione i due giovani reggenti, inesperti e poco rispettati, e ha fatto quello che il clan si aspettava da lui: il capo.
"Io ho un fratello. Si chiama Totò. E' il figlio più grande ed è pure detenuto. Io so che è una povera vittima perché la politica l'ha voluto distruggere ma io non intendo abbandonarlo perché è mio fratello": la sua fedeltà al capo dei capi stragista, in cella da 18 anni, la esprimeva con queste parole. Una professione di appartenenza alla famiglia di sangue che è anche quella mafiosa, registrata dalle cimici dei carabinieri che sul mandamento di Corleone, feudo dei Riina, avevano ripreso a indagare nel 2008.
"Con Totò ci capiamo con uno sguardo", diceva Gaetano, arrestato oggi insieme ad altre tre persone - tra cui di due pronipoti Giuseppe Grizzaffi e Alessandro Correnti- per associazione mafiosa ed estorsione. E infatti il vecchio capo cercava di muoversi in linea con la tradizione familiare, con le vecchie regole, quelle scritte dai capi veri. Perché ora, sentenziava alludendo ai nuovi mafiosi, "ci sono solo quaqquaraqqua".
In nome delle antiche "norme" di Cosa nostra Gaetano difendeva i confini del suo mandamento che, dopo l'arresto del fratello e dei suoi due figli maschi, Giovanni e Giuseppe Salvatore, a poco a poco venivano "mangiati" dai clan vicini. " Il confine è in quell'albero là e per me rimane tale", diceva ribadendo un limite che non era solo espressione di potere, ma anche fonte di guadagno. Perché dall'ampiezza del mandamento dipendono gli affari: come il numero degli imprenditori da taglieggiare. Tanti, tutti a Corleone erano costretti a pagare.
Anche di estorsione, canale fondamentale di approvvigionamento della casse di Cosa nostra, a secco perché le famiglie si dissanguano per pagare gli avvocati ai picciotti in carcere, si occupava, dunque, Gaetano. "Avete mandato cristiani estranei a chiedere il pizzo qua", diceva rabbioso ai boss confinanti che non rispettavano le regole scritte da Totò.
Prudente nel parlare - per evitare le intercettazioni sceglieva luoghi esterni -, il vecchio-nuovo boss era facile all'ira, tanto che i carabinieri hanno preparato con grande cura il blitz che l'ha portato in cella, temendo sue reazioni. Anni fa, dopo l'arresto del fratello, si presentò in tribunale e venne immortalato da un fotografo palermitano che si beccò insulti e qualche sberla dal rissoso corleonese.
Come ogni padrino che si rispetti, poi, lo zio Gaetano, così lo chiamavano i suoi, assolveva anche al ruolo di paciere nella risoluzione delle controversie: a lui, si legge nella ordinanza di custodia cautelare, si rivolgono, ad esempio, il proprietario di una casa e il suo affittuario in lite tra loro.
Tutto secondo gli schemi, dunque: secondo "un perpetuarsi della tradizione - spiega il procuratore di Palermo Francesco Messineo - che in certe zone resiste nonostante la società civile cerchi di prendere le distanze".

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