L'Inter e il fantasma di Mou

Dico la verità: ogni tanto mi fermo a meditare sulla qualità dei miei pezzi. Ci tengo, al lettore faticosamente conquistato negli anni, e temo di deluderlo. Di questi tempi in particolare. Tempi di mercato. E io non ho mai un nome da dare in esclusiva al popolo famelico. Gli altri, che fenomeni: ogni giorno rivelano un «pezzo da novanta» nuovo di trinca. La Juve ne ha acquistati una dozzina, l'Udinese ne ha ceduti altrettanti, non vi dico il Genoa che fra arrivi e partenze sembra la «Freccia Rossa» Genova-Milano. E il Palermo? Con la cessione di Pastore (?) ha già incassato almeno duecento milioni.


E la Juve? Gente coi piedi per terra: hanno cento milioni da spendere, han preso Pirlo e adesso col cavolo che ne buttano altri. Aspettano solo che l’Inter, il Milan e la Roma dismettano qualche pezzo grosso e tràcchete, lo prendono a rate. Come una Fiat-Chrysler. Bravi, bravissimi i Pozzo, signore e signori, che hanno ceduto Sanchez e Inler per almeno mezzo miliardo e adesso stanno aggredendo il mercato di Spagna con il loro neopromosso Granada. I nomi — diciamo la verità — li sanno tutti, e anche le quotazioni, il nome della moglie e dei figli, la fidanzata, la casa in città o la villa in campagna (Appiano Gentile richiestissima). Io niente. E ho sempre il sospetto che il lettore incazzoso me lo farà sapere, prima o poi, incitando il direttore a richiamarmi al dovere. Forse sono solo invecchiato, ecco, e ho recondite nostalgie per quei tempi che quando acquistavi un giocatore lo acquistavi, se lo vendevi lo vendevi, e se davi la notizia sul giornale era una notizia.


Metti l'Inter: tutti sanno che in edicola le cose non vanno più bene come un tempo e c'è gente che compra un giornale sportivo la settimana, non di più, come il mio amico Matteo che è partito — beato lui — per la Thailandia sapendo che Moratti ha telefonato a Bielsa e buonanotte. Prima di partire mi ha chiesto cosa ne pensassi, gli ho detto sinceramente «boh?» e lui c'è rimasto male: «Adesso vado in ferie, ne riparliamo dopo la Supercoppa. Adesso chiudo davvero. By by». L'ho cercato per avverirlo, il giorno dopo, quando Bielsa era diventato — se ricordo bene — Mihajlovic, anzi Capello, no Spalletti, che dico: Villas Boas. Per fortuna non l'ho trovato. E Leonardo? Leo è un grande: è partito per Rio con la sua bella Anna (curiosità: brava giornalista, mia allieva al Corriere dello Sport) e non gliene frega niente se a Parigi lo aspettano.



Arriverà. Se nel contratto c'è scritto che arriva il giorno tale all'ora tale lui ci sarà. È andato via dall'Inter perchè con Moratti ormai non si capisce più neanche che anno è. O meglio: sta passando l'ufficialità della sigla «aM» «dM» vicino all'anno. Come dire, oggi, «2dM», due anni dopo Mourinho. E come contestarlo, se l'ultima Coppa dei Campioni che ha vinto prima che arrivasse lo Specialone era datata «45aM»? Io comunque un'idea l'avrei: richiamerei Rafa Benitez. In fondo, una Supercoppa Italiana e un Campionato del Mondo per club li ha vinti. Leonardo, manco quelli.

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