Complici Provenzano liberi, scontro tra la Cassazione e la corte d'Appello

Lo precisa la stessa corte, in una nota, nella quale sottolinea che a sbagliare è stata la Corte d'Appello di Palermo e che i termini, per quanto li riguarda, non erano scaduti. la risposta: "Non è vero, sempicemente non colpa dui nessuno"

PALERMO. Il nodo è tutto procedurale e sta nel complicato meccanismo di calcolo della durata dei termini di custodia cautelare previsto dal codice. Ha ragione la corte d'appello di Palermo che ha scarcerato quattro fiancheggiatori del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano per decorrenza dei termini o dice bene la Cassazione secondo la quale i giudici del secondo grado avrebbero clamorosamente sbagliato a fare i conti mettendo in libertà i fedelissimi del capomafia?   


La risposta, importante per l'accertamento di eventuali responsabilità disciplinari, non cambia la sostanza della vicenda che vuole ormai liberi, almeno fino a che le condanne a loro carico non saranno definitive, i quattro uomini del padrino di Corleone. E questo perché le scarcerazioni, a torto o a ragione disposte dalla corte d'appello di Palermo, non essendo state impugnate dalla Procura Generale, sono definitive.     La storia, che risale a fine aprile, è finita sui giornali sabato, quando si è saputo che dal 29 aprile Gioacchino Badagliacca, Giampiero Pitarresi, Vincenzo Paparopoli e Vincenzo Alfano, accusati e condannati in primo e secondo grado per avere aiutato Provenzano durante la latitanza, ciascuno con un ruolo differente, erano stati liberati dai giudici della terza sezione della corte per scadenza dei termini di custodia cautelare.     A dire del collegio a determinare il decorso sarebbe stato il ritardo nella fissazione del processo in Cassazione da parte della Suprema Corte. La notizia viene accolta da un coro di polemiche.


Il Guardasigilli annuncia che cercherà di accertare se nella vicenda sono state commesse irregolarità.   La Cassazione risponde oggi con un comunicato in cui rimpalla la colpa alla corte d'appello che avrebbe erroneamente indicato nel 29 aprile 2011 e non nel 6 marzo 2012 la data di scadenza dei termini. Nessun ritardo nella fissazione del processo al 14 giugno, scrivono gli Ermellini in una nota, perché "secondo i calcoli effettuati, i termini di custodia cautelare per i quattro imputati scadevano il 6 marzo 2012". Segue la spiegazione giuridica: "il reato per cui i quattro imputati sono stati condannati, - precisa la Cassazione - è quello di cui all'art. 416 bis cod. pen. aggravato dai commi 4 e 6: la reclusione massima è di 15 anni e va aumentata della metà ai sensi del comma 6. Consegue che la durata complessiva della custodia cautelare è di 6 anni ai sensi dell'art. 303 comma 4 lett. c, c.p.p".   "Invece, la Corte di Appello di Palermo sezione terza - concludono i giudici-, con quattro ordinanze di analogo contenuto, ha erroneamente individuato la scadenza della custodia in carcere per i quattro detenuti al 29 aprile 2011".   


Ma la nota dei magistrati romani non piace al presidente della corte d'Appello di Palermo Vincenzo Oliveri che difende i suoi. "Nessun errore: la materia è complessa - spiega- e comunque la stessa Cassazione ha avuto, nel tempo, orientamenti diversi sul calcolo della pena massima prevista per l'associazione mafiosa, e di conseguenza dei termini massimi di durata della carcerazione, in presenza di più aggravanti a effetto speciale".    Divergenze interpretative? Poco importa. I decreti di scarcerazione sono definitivi perché il pg non li ha impugnati e i quattro favoreggiatori resteranno liberi. Almeno fino ad eventuale conferma definitiva delle condanne. 

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