SuperVittorini, ecco i libri in lizza

Il 20 giugno al teatro greco di Siracusa si conoscerà il vincitore del premio letterario che anche quest’anno viene scelto da una giuria popolare fra i vincitori del “Vittorini”. Vi proponiamo tre brevi recensioni dei volumi in gara

“L’ultima sposa di Palmira” (editore Marsilio, pp. 170, € 18).
Palmira è un paese-che-non-c’è, sospeso al confine tra la favola e la tragedia. Lì, in uno sperduto borgo di Lucania che non compare sulle carte geografiche, Giuseppe Lupo – docente di Letteratura italiana alla Cattolica di Milano e scrittore – ha ambientato il suo romanzo: “L’ultima sposa di Palmira”.
Lupo, che con la sua opera prima “L’americano di Celenne” aveva conquistato nel 2000 il “premio Mondello”, è ora per questa sua recente fatica nella cinquina del “Campiello”, oltre ad avere vinto il “Vittorini”. Spesso troppo somigliante a una raccolta di novelle,  genere di solito poco amato dal lettore medio e, quindi, dalle case editrici, “L’ultima sposa” trova una trama d’assieme, un collante, nel racconto di viaggio di un’antropologa milanese che giunge nelle regioni meridionali colpite dal  terremoto del 23 novembre 1980 e si affida alla guida di un falegname del paese. Si chiama mastro Gerusalemme e, in realtà, è un artigiano “del tempo e della storia” attorno al quale si sviluppa una sfida letteraria, quasi sempre vinta da Giuseppe Lupo. Le pause, le cadute di ritmo imposte dalla stessa costruzione di quest’opera da novelliere, sono infatti compensate da suggestioni narrative che uno stile “a tutto tondo” – capace di toccare molte corde dell’animo umano – regala a piene mani a chi legge.

“Fuoco su Napoli” (Feltrinelli, pp. 246, € 16)
E’ un groviglio narrativo di virgolettati, contesti e descrizioni questo romanzo di Ruggero Cappuccio. Tentativo di “giallo sociale”, impegnato a denunciare i mali di Napoli e tessere un simil-thriller, il libro di Cappuccio solo raramente risulta una lettura facile, scorrevole, piana. Il suo autore, d’altronde, si cimenta in un’autentica scalata, anzi in una... cronoscalata, provando a costruire la fantatrama di una “storia accaduta – come precisa lui stesso –  l’anno prossimo”.
 Suggestionato dalla secolare attesa di un devastante risveglio del Vesuvio, lo scrittore e regista di Torre del Greco nella finzione del libro consegna tramite uno scienziato di dubbia moralità la profezia di sventura a un colletto bianco, un avvocato amico dei boss di camorra, che concepisce un’ardita operazione speculativa.  “Al massimo tra cinque mesi Napoli finirà di esistere ... I Campi Flegrei ci stanno preparando il benservito”. Scatta da qui, da questo “incipit”, un romanzo che per ritmo e stile non mantiene le promesse di un progetto ambizioso, fondato sulla bella alzata d’ingegno di chi smaschera il cinismo di una criminalità organizzata capace di fare affari davvero su tutto.   

“Diario delle solitudini” (Bompiani,  pp. 166, € 15,50)
Esplorare una casa dei misteri, per scoprire il mistero che giace in noi. Fausta Garavini declina questo “leitmotiv” per 166 pagine, ovvero lungo tutto il suo “Diario delle solitudini” col quale ha vinto il “premio Vittorini” e concorre adesso al “SuperVittorini”.
Studiosa di letteratura francese, l’autrice ha scritto un romanzo che potremmo definire “intimista”. Come i quadri di Pierre Bonnard, che non a caso è pittore d’oltralpe. Fausta Garavini, in effetti, tratteggia talora a tinte forti e spesso irregolari, contrastate, emozioni e “scavi” di un fotoreporter che decide di isolarsi in un’antica e romita villa immersa in una laguna nel tentativo di superare lo choc psicologico di un grave incidente. Una sorta di “uomo-ombra” che, muovendosi tra quelle mura, rinviene le tracce di chi l’ha preceduto nella (sinistra) magione. A triste storia si sommano così tristi storie, sortendo quasi un effetto terapeutico sul protagonista che semplicemente scopre l’universalità del male di vivere. Come, peraltro, avrebbe potuto facilmente realizzare con qualche buona lettura.
Un romanzo non facile, questo di Fausta Garavini. Frammentario nella sua costruzione e stilisticamente sofferto, “Diario delle solitudini” è la narrazione di uno scavo – in sé stessi, nella natura e tra gli oggetti circostanti – che si muove col ritmo lento e incerto di una spedizione di “archeologia dello spirito”. Un libro che rapisce o respinge, sin dalle prime battute.

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