Crisi libica, qualcosa non funziona

A mano a mano che passano i giorni senza che la crisi libica trovi una soluzione, diventa sempre più chiaro che qualcosa non funziona. Il segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon propone un cessate il fuoco e il Pontefice (sicuramente incoraggiato anche dal nunzio a Tripoli, monsignor Martinelli) prega perché il negoziato prevalga sulla violenza, ma i ribelli di Bengasi, che in origine erano le vittime che la comunità internazionale doveva difendere, rifiutano qualsiasi trattativa finchè Gheddafi e la sua famiglia non saranno stati tolti di mezzo. La NATO, il cui compito, stando alla risoluzione 1973 del CDS, era solo di stabilire una "no fly zone" e di proteggere la popolazione civile contro gli eccessi della repressione, ha già compiuto 2.500 sortite in loro favore, mettendo sì fuori combattimento circa la metà degli armamenti del colonnello, ma facendo anche molte vittime tra i cittadini inermi e - se le accuse di Tripoli rispondono al vero - facendo addirittura strage di un gruppo di religiosi che si erano riuniti a pregare in una presunta "struttura di comando e di controllo". Per quanto l'ONU abbia autorizzato, oltre alla zona di interdizione aerea, anche "tutte le altre azioni utili a conseguire gli scopi prefissi", è difficile sostenere che in questa categoria rientri anche l'uccisione, più o meno deliberata, del figlio minore del Rais e di tre suoi nipotini. E per quanto i principali leader occidentali e il segretario generale della NATO continuino a negare che la persona di Gheddafi sia nel mirino dei bombardieri e che il loro fine ultimo sia un cambio di regime, è più che evidente che le cose stanno proprio così. L'accanimento con cui la comunità internazionale persegue il rais libico contrasta sempre più con l'indulgenza nei confronti della dirigenza siriana, che pure sta massacrando la popolazione in rivolta assai più di quanto abbia fatto il colonnello.
Intanto quest'ultimo, che nonostante i dubbi sulla sua sorte sembra rimanere in controllo di Tripoli ed avere ancora un seguito tra la popolazione, si vendica inviando - come aveva minacciato fin dall'inizio - barconi su barconi di profughi subsahariani verso Lampedusa, cerca di aizzare i musulmani contro l'Occidente usando il linguaggio di Bin Laden e fa proclamare minacciose fatwe contro chi lo attacca. Insomma, bisogna riconoscere che l'ostilità di buona parte dell'opinione pubblica sia italiana, sia americana verso una operazione umanitaria che doveva concludersi in pochi giorni, e che invece è sfociata nella partecipazione attiva della NATO (e, per la precisione, anche di due Paesi arabi) a una guerra civile non è del tutto ingiustificata.
Perché, allora, si continua a combattere e bombardare invece di seguire il consiglio del Santo Padre? Perché ormai la comunità internazionale, Obama in testa e Italia compresa, si è troppo compromessa nel proclamare chiusa l'era di Gheddafi e nello sposare la causa di un governo provvisorio di insorti, che pure desta non pochi interrogativi. Perché, deferendo il colonnello, suo figlio e un paio dei suoi ministri alla Corte internazionale dei diritti umani, si è resa pressoché impossibile una sua uscita di scena indolore. Perché, vista la sua storia e la sua arroganza, quasi tutti i governi, anche musulmani, sarebbero contenti di disfarsi del colonnello, che piaccia a tutti i libici o meno. Perché, infine, i Paesi che contano sul petrolio e sul gas della Libia sanno che la maggior parte delle risorse si trova sotto controllo degli insorti e che solo accordandosi con loro si potrà riprendere la produzione.
Non è da escludere che alcuni dei Paesi che hanno lanciato la guerra contro il colonnello si domandino oggi se non abbiano commesso un errore, ma ormai non resta che andare fino in fondo. Con buona pace dell'ONU e delle vittime civili dei bombardamenti e nella speranza che alla fine il regime si sgretoli, Gheddafi scompaia e non ci siano ripercussioni troppo negative su altri fronti.

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