Sicilia, Cronaca

Migliaia di tunisini pronti a partire

L'intesa siglata con il Paese nordafricano ha ridotto le partenze. Proseguono i rimpatri, ma c'è chi risale subito su un barcone e torna in Italia

LAMPEDUSA. Quando stanotte hanno visto entrare in porto un barcone con oltre duecento disperati partito da Zarzis, tutti a Lampedusa hanno capito che i rimpatri non bastano e l'accordo politico tiene ma non abbastanza: la rotta con la Tunisia è ancora aperta e migliaia di migranti sono pronti a partire. Ed è bastata questa certezza a modificare l'umore di uomini e donne delle forze di polizia che ormai da mesi sono impegnati a gestire, dal punto di vista investigativo, quest'emergenza.    
Ufficialmente, come ha ribadito anche oggi il ministro dell'Interno Roberto Maroni in un'intervista a 'La Padania', l'intesa siglata il 4 aprile con le autorità di Tunisi sta funzionando e le partenze si sono ridotte. E stanno proseguendo i rimpatri, anche se non più ai ritmi sostenuti dei primi giorni e non più da Lampedusa. Ma le informazioni raccolte tra chi arriva dicono, se non il contrario, qualcosa di diverso.    
Innanzitutto che, tra chi viene rimpatriato, c'é chi risale su un barcone e torna in Italia. E' successo con l'ultimo sbarco. A bordo del peschereccio arrivato la scorsa notte, c'erano almeno due persone che erano state rimandate a Tunisi dopo l'accordo tra Italia e Tunisia. "Rimanere lì non ha senso - hanno raccontato a chi ha avuto modo di parlarci - voi ci rimandate indietro e noi torniamo. L'unico problema sono i soldi: ogni volta dobbiamo pagare la traversata". Ai tempi di Ben Alì, hanno spiegato i tunisini, quando venivi rispedito in patria, la polizia ti sbatteva direttamente in carcere. E lì rimanevi per un bel po' di tempo. Con la rivoluzione, però, le cose sono cambiate. Almeno stando ai loro racconti. Quando l'aereo dall'Italia li riporta in Tunisia, ai migranti - tutti fotosegnalati - le autorità chiedono di firmare un'autocertificazione con la quale si impegnano a non ripartire. Se lo fanno e se vengono beccati di nuovo, rischiano un anno di carcere. Dunque, dicono, tanto vale riprovare almeno una volta.    
L'altro aspetto che preoccupa è che chi arriva continua a ripetere sempre la stessa cosa: nelle case di Zarzis, Sfax e nei sobborghi di Tunisi, ci sono migliaia di persone pronte a partire. Centinaia di uomini provenienti dalle città della costa, che hanno le mogli già nei paesi europei, e anche gente che arriva anche dai paesi vicini al confine con l'Algeria e con la Libia. Cosa aspettano? "I controlli in mare sono aumentati - hanno raccontato i tunisini approdati a Lampedusa - ma quelli a terra sono quasi nulli". E dunque gli scafisti hanno ridotto le partenze per evitare di perdere le imbarcazioni e, nel frattempo, cercano una rotta meno battuta dalle motovedette.    Non va meglio in Libia, dove il regime del Colonnello sembra aver deciso di centellinare le partenze verso il nostro paese - un migliaio a settimana è il ritmo degli ultimi tempi - per far pagare alla Nato e all'Italia le bombe sul suo paese. Affidandole, sono le informazioni raccolte tra chi è arrivato a Lampedusa, ad un siriano, che gestirebbe la tratta di esseri umani a Tripoli. Un personaggio di cui avrebbero parlato diversi profughi, descrivendolo come l'uomo che decide le partenze e recupera i barconi. Quel che è certo è che i migranti dalla Tunisia possono essere rimpatriati, quelli che scappano dalla guerra no. "L'unica soluzione - ha ripetuto infatti Maroni nell'intervista - è che cessino i bombardamenti e che la guerra finisca. Senza la guerra non esistono nemmeno i profughi, che diventano  clandestini e che come tali puoi rimpatriare".

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